Domanda all’artista: Fabrizio Spadini

Grafico pubblicitario, maestro d’arte ed illustratore lombardo, Fabrizio Spadini dal 2009 vive in Toscana: qui si è lasciato ispirare dalla luce e dai paesaggi che lo portano ogni giorno a dipingere en plein air, proprio come erano soliti fare i membri del gruppo dei Macchiaioli nella seconda metà dell’Ottocento. Guardando le opere del giovane artista, l’osservatore rimane folgorato e viene trasportato in un passato tra il surreale e il verista: elementi dell’iconografia delle serie animate giapponesi degli anni ’70 e ’80 sono elegantemente combinati con lo stile e le atmosfere veriste della tradizione pittorica ottocentesca. I nuovi eroi ed icone fantastiche, ormai nell’immaginario collettivo, si materializzano su un piano realistico: un futuro immaginato e surreale fatto di atmosfere d’attesa, immobili e silenziose, rese possibili dalla pennellata veloce non materica.
Per la sua poetica artistica è già apprezzato in Italia, in Inghilterra ed in America, e fa parte del progetto Arte Italiana contemporanea in Olanda sostenuto dalla Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde.

Conosciamo meglio l’artista Fabrizio Spadini con cinque domande:

In tanti ti hanno chiesto come mai unisci l’arte ottocentesca con i personaggi fantastici dei manga e degli anime giapponesi e dei film/serie TV cult come Star Trek e Star Wars, hai voglia di spiegarlo anche al nostro pubblico? Se potessi tornare indietro nel tempo con chi passeresti la tua giornata? E, fantasticando, se si potesse entrare in un fumetto quale sceglieresti?

Credo che alcune narrazioni appartenenti all’immaginario culturale di massa, veicolate dal cinema, dalla televisione, dalla letteratura di fantascienza, dal fumetto, siano alla base di quello che è il nostro presente. Di fatto costituiscono dei modelli culturali ormai consolidati, che sono diventati tradizione, allo stesso modo in cui l’immaginario visivo pre-industriale, del XIX secolo, può essere considerato come l’infanzia della società dei primi decenni del XXI secolo. Accostare queste “radici visive e culturali” attraverso l’artificio pittorico mi sembra un buon modo per far riflettere sulla nostra contemporaneità. Se potessi tornare indietro nel tempo passerei la mia giornata assieme a un contadino di metà Ottocento, uno di quelli che puoi vedere in un dipinto di Fattori, credo che avrebbe molto da insegnarmi. Se potessi entrare in un fumetto sarebbe una storia di Milo Manara.

Come mai proprio l’arte tra il XIX secolo e i primi decenni del XX secolo è protagonista della tua produzione? Hai mai pensato a sperimentare l’arte Rinascimentale o Barocca creando ad esempio il connubio maghette giapponesi/ Madonne, anche se il tema potrebbe divenire sacrilego?

Mi interessa stilisticamente il passaggio e l’evoluzione della pittura a cavallo tra Ottocento e Novecento. La diffusione della fotografia ha permesso alla pittura di affrancarsi dalla pura rappresentazione mimetica della realtà e dato che i modelli di riferimento nelle mie opere camminano sul filo tra realtà e immaginazione, trovo interessante affrontare visivamente il linguaggio pittorico che si è sviluppato in quel periodo storico. Ho in progetto una serie di opere che affronta il tema delle “maghette” dell’animazione giapponese, ma in relazione a una tematica che ha riguardato la figura femminile in particolare modo nei primi decenni del XX secolo, ma non voglio fare anticipazioni per il momento.

Come ti approcci quando scatta in te l’idea artistica: raccontaci tutti i segreti della creazione di una tua opera…

Di solito mi appunto delle idee relative a un soggetto, a una suggestione, però spesso davanti alla tela vuota si delineano nuove idee e di conseguenza lavoro abbastanza di getto. Solitamente non realizzo un disegno preparatorio e dipingo in maniera libera. Poi quando il soggetto va delineandosi faccio una ricerca iconografica e cerco delle references da utilizzare come guida per il dipinto. Ascolto spesso radiodrammi o audiolibri durante il lavoro. Quando voglio caricarmi invece ascolto le sigle dei cartoni animati o colonne sonore dei film che in quel momento possono riconnettermi a uno stato d’animo che voglio che trasmetta l’opera.

Tema reclusione: come si è posto l’artista Fabrizio Spadini con le chiusure forzate causate da Covid-19 nel 2020? L’arte ti ha aiutato a non cadere nell’oblio creando nuove opere grandiose?

La solitudine non è mai stato un problema per me e per il mio lavoro. Ho cercato di resistere alla tentazione di voler raccontare il presente attraverso le mie opere in modo didascalico. Mi interessa il rapporto tra uomo e tecnologia, intelligenza artificiale, uomo e mezzi di informazione, in questo senso il corso della storia sta subendo un’accelerazione di cui potremo essere consapevoli solo tra diversi anni, e col senno di poi riusciremo a trarne conclusioni obiettive, nel bene e nel male. La situazione attuale in relazione a quello che sta accadendo nel mondo dalla fine del 2019 sta creando molte divisioni, l’archetipo del “nemico” dell’alieno, la retorica di guerra, non fanno che enfatizzare questi aspetti. Preferisco immergermi nei colori delle mie opere dove la “zona rossa” è quella che fa riferimento agli ultimi raggi di sole al crepuscolo.

Hai progetti per questo 2021? So che ti occuperai delle Maghette giapponesi: qual è la tua preferita e hai già in mente l’ambientazione ideale?

Nel 2021 sto sperimentando nuovi filoni narrativi in vista di prossime esposizioni e mostre per il 2022. In particolare, sto lavorando a tele di grande formato in rapporto ai Maestri del primo Novecento. Anche se non è propriamente una maga, ma possiede comunque poteri fuori dal comune, Lamù (o Lum Urusei Yatsura) è sicuramente la mia preferita. Sto dipingendo in questo momento una grande tela che la ritrae in un notturno carnevale veneziano.

Ringrazio Fabrizio Spadini per avere condiviso con noi il suo mondo e i suoi pensieri artistici. Invito i lettori a visionare la pagina a lui dedicata sul sito criticoarte.org: Fabrizio Spadini – Italian art by ELisa Manzoni (criticoarte.org).

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