Il ritratto dell’anima

“L’animazione della tela è uno dei più difficili problemi della pittura.”

(Alfred Sisley)

L’evoluzione del ritratto nella storia dell’arte può essere equiparata all’evoluzione della riproduzione dell’immagine dall’età infantile all’età adulta. L’impulso al ritratto è una necessità spontanea e primordiale: partendo da un ritratto intenzionale si arriva, grazie alla crescita personale dell’artista, al ritratto fisiognomico che oltre ad avere tratti somatici concreti analizza anche il carattere psicologico, la spiritualità e il giudizio morale del soggetto. Anche se anticamente è stato considerato un genere inferiore alla scena storica, per alcuni storici il ritratto è il genere artistico più antico e diffuso che segue tangibilmente lo sviluppo della cultura della società: sono davvero rare le epoche storiche e le civiltà in cui il ritratto non viene preso in considerazione.

La mostra Het portreit van de ziel vuole così documentare la situazione contemporanea di questo genere che ha sempre avuto grande fascino. I sei artisti presenti hanno raggiunto l’obiettivo che si prefiggeva Alfred Sisley (1839-1899): sono giunti a uno stadio evolutivo in cui riescono ad animare il soggetto dell’opera, ossia, infondono anima e spirito alla materia aggiungendo il loro personale tocco artistico-creativo. Andiamo a conoscerli meglio.

L’artista milanese Susanna Maccari dal 2015 si sta concentrando nell’analisi della figura femminile ad acquarello: i suoi tocchi vitali ed acquosi sono eleganti e delicati, e mostrano la forza interiore, la bellezza, l’intelligenza della donna con toni pastello di un’estrema raffinatezza.

Con una tecnica estremamente diversa, anche l’artista foggiano Leonardo Vecchiarino indaga la Bellezza della donna contemporanea: affascinanti ninfe moderne dal sapore Preraffaelitico (XIX secolo), dipinte ad olio con colori pallidi e freddi, sono inserite in contesti simbolici completamente surreali realizzati a collage che mostrano frammenti di quotidianità.

Un altro esponente importante per la ritrattistica lombarda contemporanea è certamente l’artista Giorgio Riva che, con le sue opere su legno, stimola ad interpretare la figura femminile in una versione onirica, simbolica e trascendentale che ricorda l’Art Nouveau (1890-1910): gli spazi sono sospesi nel tempo e trasmettono calma e armonia grazie al colore e agli occhielli grafici che creano l’immagine.

Anche la giovane artista bresciana Laura Zani, new entry del progetto Arte italiana contemporanea in Olanda sostenuto dalla Manzoni Kunst Galerie, è ormai conosciuta ai collezionisti per le sue opere ad inchiostro e per le stampe fine art che hanno per soggetto i ritratti di bambini. Grazie ai giochi di luce e alla trasparenza del media usato, l’artista crea un universo puro in un cui la grazia è naturale e, come dice lei stessa “dove si può ancora sperare che tutto sia possibile e dove capita di incontrare le sirene”.

Unica ritrattista olandese in mostra è Marieke Samuels dal Brabante che, grazie alla sua poetica artistica fa fuoriuscire dalla tela astratta il soggetto femminile ritratto come se fosse una visione di un sogno: lo spettatore coglie così il pensiero e l’essenza della protagonista.

Per quanto riguarda la scultura, l’unico scultore presente in galleria è il ligure Claudio Caporaso che si concentra sulle identità profonde in continuo mutamento dei soggetti realizzati in bronzo. Le anime sofferenti ritratte vengono idealizzate e tratteggiano con grande sensibilità lo spirito contemporaneo dell’essere umano.

La mostra Het portreit va de ziel coglie quindi in pieno la società contemporanea odierna, realista nella sua parte fenomenica, alla constante ricerca di una via di fuga dalle inquietudini quotidiane tramite le simbologie, i sogni, le emozioni e le illusioni.

29 aprile – 26 giugno 2022

Manzoni Kunst Galerie (Snellingerdijk 122, Oosterwolde)

English version

The portrait of the soul

“The animation of the canvas is one of the most difficult problems of painting.”

(Alfred Sisley)

The evolution of the portrait in the history of art can be equated with the evolution of the reproduction of the image from childhood to adulthood. The impulse to paint portraits is a spontaneous and primordial necessity: starting from an intentional portrait we arrive, thanks to the personal growth of the artist, at the physiognomic portrait that not only has concrete somatic features but also analyses the psychological character, spirituality and moral judgement of the subject. Even though in ancient times it was considered an inferior genre to the historical scene, for some historians the portrait is the oldest and most widespread artistic genre that tangibly follows the development of society’s culture: there are very few historical epochs and civilisations in which the portrait is not taken into consideration.

The exhibition Het portreit van de ziel thus aims to document the contemporary situation of this genre that has always had great appeal. The six artists present have achieved Alfred Sisley’s (1839-1899) goal: they have reached a stage of evolution where they are able to animate the subject of the work, that is to say, they infuse soul and spirit into the material by adding their personal artistic and creative touch. Let’s get to know them better.

Since 2015, Milanese artist Susanna Maccari has been concentrating on analysing the female figure in watercolours: her vital and watery touches are elegant and delicate, and show the inner strength, beauty and intelligence of women with pastel tones of extreme refinement.

With an extremely different technique, the artist Leonardo Vecchiarino from Foggia also investigates the Beauty of contemporary women: fascinating modern nymphs with a Pre-Raphaelite flavour (19th century), painted in oils with pale, cold colours, are set in completely surreal symbolic contexts made of collages showing fragments of everyday life.

Another important exponent of contemporary Lombard portraiture is certainly the artist Giorgio Riva who, with his works on wood, encourages us to interpret the female figure in a dreamlike, symbolic and transcendental version reminiscent of Art Nouveau (1890-1910): the spaces are suspended in time and convey calm and harmony thanks to the colour and graphic eyelets that create the image.

The young Brescian artist Laura Zani, a newcomer to the Contemporary Italian Art in the Netherlands project supported by Manzoni Kunst Galerie, is also well known to collectors for her ink works and fine art prints featuring portraits of children. Thanks to the play of light and the transparency of the media used, the artist creates a pure universe in which grace is natural and, as she herself says, “where you can still hope that anything is possible and where you happen to meet mermaids”.

The only Dutch portraitist in the exhibition is Marieke Samuels from Brabant who, thanks to her artistic poetics, makes the portrayed female subject emerge from the abstract canvas as if it were a vision from a dream: the spectator thus grasps the thought and essence of the protagonist.

As far as sculpture is concerned, the only sculptor in the gallery is Claudio Caporaso from Liguria, who concentrates on the profound and constantly changing identities of his bronze subjects. The suffering souls portrayed are idealised and sketch the contemporary spirit of the human being with great sensitivity.

The exhibition Het portreit va de ziel thus fully captures today’s contemporary society, realistic in its phenomenal side, constantly searching for an escape from everyday anxieties through symbolism, dreams, emotions and illusions.

Domanda all’artista: Rob Koedijk

È passato un po’ di tempo dall’ultima intervista della rubrica “Domanda all’artista” che aveva lo scopo di indagare nel dettaglio i segreti degli artisti partecipanti al progetto Arte Italiana Contemporanea in Olanda, supportato dalla neo Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde. Alla fine di luglio, abbiamo avuto il piacere di conoscere un po’ più da vicino la poetica artistica della giovane visual artist Ilaria Sperotto da Vicenza, ma, come avevo annunciato sino dall’inizio, il progetto è in via di espansione ed apre le porte agli artisti olandesi per creare un dialogo artistico e culturale costruttivo e propositivo tra Italia ed Olanda.

Con grande orgoglio, oggi vorrei presentarvi il primo artista olandese che ha accettato la “sfida”: Rob Koedijk da Assen. Quello che mi ha entusiasmato nell’arte di Rob Koedijk è la sua concezione del colore che esalta all’ennesima potenza in due supporti totalmente diversi, ottendo un risultato finale completamente dissimile. Il primo supporto usato è la tela di grande e grandissimo formato in cui il colore prende vita in enormi campiture in aggiunta a vari materiali tattilmente percepibili, facendo nascere così opere dal sapore astratto – informale materico; il secondo supporto utilizzato dall’artista di Assen è invece il vetro in cui, sebbene il colore ne fa sempre da padrone, la stesura su un media tanto diverso dà come risultato una poetica astratta – informale segnica in cui l’osservatore può giocare con la fantasia e scovare immagini della propria memoria e sensazioni emotive contrastanti.

La Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde ha il piacere di ospitare alcune opere su vetro, resina epossidica e fusione dell’artista Rob Koedijk; opere di pregio di diversi formati e prezzi che hanno la capacità di stupire per l’alta qualità tecnica eseguita.

Passiamo finalmente alle domande a Rob Koedijk:

Lei è un artista con una profonda cultura artistica, ma da dove viene la sua passione per l’arte astratta e l’Informale materico? Cosa significa per lei l’astrazione?

Per me, l’arte astratta è l’espressione del mio io e dei miei sentimenti attraverso il colore. La forma e le pennellate che metto sulla tela sono inizialmente secondarie rispetto alle sensazioni che sto vivendo in quel momento. Ma man mano che il mio lavoro progredisce, i colori e il modo in cui fluiscono l’uno nell’altro diventano una parte essenziale del processo. Mentre dipingo, un quadro emerge inosservato perché do ai miei pensieri e sentimenti tutto lo spazio di cui hanno bisogno in quel momento. Il mio lavoro è un modo di progettare che può essere “letto” da chiunque abbia una mente aperta e a cui ognuno può dare la propria interpretazione. La forma in generale è molto importante per me. Tuttavia, astraendo attraverso il colore e i materiali, posso esprimermi meglio.

Come è cambiata la sua vita dopo aver imparato l’arte attraverso i media ed il colore?

Durante i miei studi all’A.K.I. (Accademia di Arte e Industria), sono state soprattutto le materie di Architettura, Moda, Disegno Grafico e Tecniche del Colore che ho seguito con entusiasmo. Nel corso dei miei studi, mi fu chiaro che ciò che avevo imparato lì sarebbe diventato un aspetto importante della mia vita.

Puoi dire ai lettori qualcosa sul tuo processo creativo, dall’inizio alla fine? Da dove prendi l’ispirazione fino a quando ti allontani dal lavoro e dici “bene, ora è finito”.

Inizio scegliendo i materiali con cui voglio fare il quadro, i colori e le dimensioni della tela. In seguito, i pensieri e i sentimenti che mi entrano in quel momento, danno origine a pennellate spontanee, disinibite e casuali sulla tela con il corrispondente spettro di colori. Il completo abbandono ai miei sentimenti e la libertà con cui posso riempire la tela da solo si evolve da un’idea a un lavoro finito. Se il mio lavoro mi dà soddisfazione dopo il suo completamento, allora è “finito”. In caso contrario, lo lascio riposare per un po’ e ricomincio.

Pur seguendo sempre la tua personale poetica artistica astratta, esegui le tue opere su due supporti totalmente diversi, la tela ed il vetro: perché queste scelte? Ci dica di più sulla sua tecnica.

Lavorare con più materiali e supporti è una sfida per me. Si scopre che anche la mia “scrittura” cambia un po’ attraverso questo uso. Lavorare su tela con pennelli grossolani, per esempio, può produrre un risultato rapido, mentre applicare la pittura sul vetro con una spatola rivela un risultato completamente diverso. Dipingere su vetro con una spatola mostra strutture completamente diverse. Lavorare in questo modo stimola la mia creatività, anche perché il risultato finale è spesso sorprendente e molto diverso.

Crede che l’arte astratta possa essere la chiave per cambiare la mente delle persone e migliorare il mondo di oggi?

Per lo spettatore, guardare l’arte astratta ed entrare in empatia con l’uso del colore, la forma e la composizione di un’opera può fornire un momento di pace. Attraverso la propria interpretazione, lo spettatore può staccare brevemente i suoi pensieri dalla realtà della vita quotidiana e vedere la relatività delle cose. Spero di poter contribuire a questo con il mio lavoro.

Ringrazio di cuore il tempo che Rob Koedijk ha riservato ai nostri lettori. Per qualsiasi informazione sono a vostra disposizione. Vi invito in galleria a godere della poetica artistica di Rob Koedijk oppure a visitare la pagina a lui dedicata su https://criticoarte.org/dutch-paintings/rob-koedijk/

L’artista inoltre dà l’occasione di potere vedere altre opere nel suo Atelier.

NATALIA CODEVILLA E LA RICERCA DEL COLORE ATMOSFERICO

A grande richiesta riposto una critica d’arte che avevo scritto tempo fa: la poetica artistica di Natalia Codevilla, pittrice di talento di origini russe ma in stanza a Milano, evoca forti emozioni e per questo motivo piace molto agli appassionati d’arte. Oltre che in italiano, ripropongo lo scritto più sotto anche in inglese ed in olandese.

By popular demand, I am re-posting an art criticism I wrote some time ago: the artistic poetics of Natalia Codevilla, a talented painter of Russian origin but based in Milan, evokes strong emotions and is therefore very popular with art lovers. As well as in Italian, I am also proposing the article below in English and Dutch.

Op veler verzoek plaats ik opnieuw een kunstkritiek die ik enige tijd geleden schreef: de artistieke poëtica van Natalia Codevilla, een getalenteerde schilderes van Russische afkomst maar gevestigd in Milaan, roept sterke emoties op en is daarom zeer geliefd bij kunstliefhebbers. Behalve in het Italiaans, stel ik het onderstaande artikel ook voor in het Engels en het Nederlands.

Pur essendo un’artista poliedrica interessata a diverse tecniche, la parte più consistente della produzione artistica di Natalia Codevilla è stata eseguita a partire dall’inizio del XXI secolo con innumerevoli paesaggi naturalistici di valore impressionistico e dipinti floreali di chiaro carattere decorativo e simbolico.

L’artista milanese di origini russe abbandona definitivamente il disegno preparatorio per poter ricreare la realtà che la circonda attraverso il suo talento e le sue emozioni, la sua memoria storica e le immagini a lei care (come diceva Charles Baudelaire nel 1859 “qualsiasi luogo naturale non ha valore se non per la sensazione attuale che l’artista sa introdurre”), senza per questo rinunciare a un volume di forme dato dal colore stesso, proprio come nelle opere di Paul Cézanne (1839-1906) e Camille Pisarro (1830-1903 ), i due massimi esponenti del movimento impressionista del XIX secolo. È il colore che rende la profondità atmosferica dell’aria e dei soggetti presi in esame: grazie a una stesura rapida e precisa, ed in alcuni casi con l’uso di sottili velature, il colore si imprime sulla tela con tratti materici pulsanti e vivi, brevi e brillanti, che recuperano il senso dell’immediato e della realtà.

Nei suoi paesaggi russi e siberiani, mediterranei, americani, africani, cinesi e giapponesi, Natalia Codevilla riesce a ricreare il realismo e la verità ottica della natura con l’impressione della realtà, come si può vedere in Winter-Spring, melting snow del 2002 dove l’artista evoca chiaramente la tecnica di Claude Monet (1840-1926) ed in particolare la sua Impression: Soleil levant (1872, oggi al Musée Marmottan di Parigi): nella pittura della pittrice c’è la visione di un fenomeno naturale nato nei suoi aspetti impalpabili; il mondo reale viene così smaterializzato in una luminosità evanescente che lo rende più evocato che descritto.

Grazie alla sua esperienza e a tutto ciò che ha visto ed amato, direttamente e indirettamente, l’artista estrapola la memoria e la imprime sulla tela con un gesto rapido, quasi a macchia, che ricorda molto da vicino la tecnica della corrente dei Macchiaioli (seconda metà dell’Ottocento). Ne sono un esempio le tele con Paesaggio russo sul fiume Volga del 2005, Strada nel bosco, Autunno del 2012, Ruscello nel bosco del 2012, Paesaggio italiano con fiume del 2015, Paesaggio russo con prato di betulle del 2017, ed infine Sardegna, Mare in tempesta con barca a vela Liberty del 2018, in cui il fruscio delle fronde degli alberi e la potenza dell’acqua sono resi da piccole pennellate di materia macchiata.

Infine, in altre opere paesaggistiche, come nel Passo dello Stelvio del 2005, nei Giardini pubblici di Milano del 2008, nel Lago Hanghzou della primavera 2014 e nel Paesaggio russo con betulle e ninfee del 2015, Natalia Codevilla va oltre: per rendere al meglio i riflessi dell’acqua, l’evanescenza del cielo e la profondità delle montagne, l’artista procede attraverso velature leggere, sfumate e omogenee di ascendenza leonardesca, prendendo così in considerazione sia la prospettiva aerea che quella cromatica.

La produzione della pittrice milanese è anche ricca di dipinti che hanno come soggetto i fiori, non più considerati come un semplice accessorio, un’arte minore, al servizio dell’arte maggiore come abbiamo assistito con l’evoluzione della storia dell’arte, ma come un genere con un proprio chiaro valore decorativo e simbolico. Nate dalla vita e dalla bellezza femminile, le opere di Natalia Codevilla non possono quindi essere definite nature morte o Vanitas, ma veri e propri esempi di riproduzione impressionista della natura che gioca con forme, volumi e colori. Come si può vedere in Fucsia al vento del 2008 (che ricorda l’impianto compositivo e cromatico dell’Altalena del 1767 di Jean-Honoré Fragonard e oggi alla Wallace Collection di Londra), in Girasoli grandi del 2008, in Rosa del Roseto di Monza del 2012, in Rose gialle Joy del 2018 e in Vaso blu con iris bianco del 2018, le pennellate cremose impresse sulla tela con tocchi guizzanti ricordano da vicino le composizioni floreali di Claude Monet e Pierre-Auguste Renoir (1841-1919), senza però dimenticare il ritmo e la proporzione, l’equilibrio e l’armonia che sono il biglietto da visita di Natalia Codevilla.

NATALIA CODEVILLA AND THE SEARCH FOR ATMOSPHERIC COLOUR

Although she is a multifaceted artist interested in various techniques, the bulk of Natalia Codevilla’s artistic production has been carried out since the beginning of the 21st century with countless naturalistic landscapes of impressionistic value and floral paintings of a clearly decorative and symbolic nature.
The Milanese artist of Russian origin definitively abandoned the preparatory drawing in order to recreate the reality that surrounds her through her talent and her emotions, her historical memory and the images she holds dear (as Charles Baudelaire said in 1859 “any natural place has no value except for the current sensation that the artist knows how to introduce”), without renouncing the volume of form provided by the colour itself, just as in the works of Paul Cézanne (1839-1906) and Camille Pisarro (1830-1903 ), the two greatest exponents of the 19th century Impressionist movement. It is the colour that renders the atmospheric depth of the air and of the subjects examined: thanks to a rapid and precise application, and in some cases with the use of subtle glazing, the colour is impressed on the canvas with pulsating, vivid, short and brilliant strokes that recapture the sense of the immediate and of reality.
In her Russian and Siberian, Mediterranean, American, African, Chinese and Japanese landscapes, Natalia Codevilla succeeds in recreating the realism and optical truth of nature with the impression of reality, as can be seen in Winter-Spring, melting snow of 2002 where the artist clearly evokes the technique of Claude Monet (1840-1926) and in particular his Impression: Soleil levant (1872, now at the Musée Marmottan in Paris): in the painter’s painting there is a vision of a natural phenomenon born in its impalpable aspects; the real world is thus dematerialised in an evanescent luminosity that makes it more evoked than described.
Thanks to his experience and to all that he has seen and loved, directly and indirectly, the artist extrapolates memory and impresses it on the canvas with a rapid, almost blotchy gesture that closely resembles the technique of the Macchiaioli movement (second half of the 19th century). Examples of this are the canvases Russian Landscape on the Volga River from 2005, Road in the Woods, Autumn from 2012, Stream in the Woods from 2012, Italian Landscape with River from 2015, Russian Landscape with Birch Meadow from 2017, and finally Sardinia, Stormy Sea with Liberty Sailboat from 2018, in which the rustling of the tree branches and the power of the water are rendered by small brushstrokes of stained material.
Finally, in other landscape works, such as Stelvio Pass in 2005, Milan Public Gardens in 2008, Hanghzou Lake in spring 2014 and Russian Landscape with Birch Trees and Water Lilies in 2015, Natalia Codevilla goes further: in order to best render the reflections of the water, the evanescence of the sky and the depth of the mountains, the artist proceeds with light, shaded and homogeneous veils of Leonardo’s influence, thus taking into account both the aerial and chromatic perspective.
The production of the Milanese painter is also rich in paintings with flowers as their subject, no longer considered as a simple accessory, a minor art, at the service of major art as we have witnessed with the evolution of art history, but as a genre with its own clear decorative and symbolic value. Born of life and female beauty, Natalia Codevilla’s works cannot therefore be defined as still lifes or Vanitas, but as true examples of impressionist reproduction of nature playing with shapes, volumes and colours. As can be seen in Fuchsia in the Wind of 2008 (reminiscent of the compositional and chromatic layout of Jean-Honoré Fragonard’s Swing of 1767, now in the Wallace Collection in London), in Large Sunflowers of 2008, in Rose of the Monza Rose Garden of 2012, in Yellow Roses Joy of 2018 and in Blue Vase with White Iris of 2018, the creamy brushstrokes imprinted on the canvas with darting touches are closely reminiscent of the floral compositions of Claude Monet and Pierre-Auguste Renoir (1841-1919), but without forgetting the rhythm and proportion, balance and harmony that are Natalia Codevilla’s calling card.

NATALIA CODEVILLA EN DE ZOEKTOCHT NAAR ATMOSFERISCHE KLEUR

Hoewel zij een veelzijdig kunstenares is met belangstelling voor verschillende technieken, wordt het grootste deel van Natalia Codevilla’s artistieke productie sinds het begin van de 21e eeuw gerealiseerd met talloze naturalistische landschappen van impressionistische waarde en bloemschilderijen met een duidelijk decoratief en symbolisch karakter.
De Milanese kunstenares van Russische afkomst heeft de voorbereidende tekening definitief achter zich gelaten om de haar omringende werkelijkheid te herscheppen door middel van haar talent en haar emoties, haar historisch geheugen en de beelden die haar dierbaar zijn (zoals Charles Baudelaire in 1859 zei: “elke natuurlijke plaats heeft geen waarde behalve de actuele sensatie die de kunstenaar weet in te voeren”), zonder afstand te doen van het vormvolume dat de kleur zelf biedt, zoals in het werk van Paul Cézanne (1839-1906) en Camille Pisarro (1830-1903 ), de twee grootste exponenten van de 19e-eeuwse impressionistische beweging. Het is de kleur die de atmosferische diepte van de lucht en van de onderzochte onderwerpen weergeeft: dankzij een snelle en precieze toepassing, en in sommige gevallen met gebruikmaking van subtiele glacis, wordt de kleur op het doek gedrukt met pulserende, levendige, korte en briljante streken die het gevoel van het onmiddellijke en van de werkelijkheid terugbrengen.
In haar Russische en Siberische, mediterrane, Amerikaanse, Afrikaanse, Chinese en Japanse landschappen slaagt Natalia Codevilla erin het realisme en de optische waarheid van de natuur te herscheppen met de indruk van de werkelijkheid, zoals te zien is in Winter-Spring, smeltende sneeuw uit 2002 waar de kunstenares duidelijk de techniek van Claude Monet (1840-1926) oproept en in het bijzonder diens Impressie: Soleil levant (1872, nu in het Musée Marmottan in Parijs): in het schilderij van de schilder is er een visioen van een natuurverschijnsel geboren in zijn ontastbare aspecten; de echte wereld wordt zo gedematerialiseerd in een vluchtige helderheid die haar meer evocerend dan beschreven maakt.
Dankzij zijn ervaring en alles wat hij heeft gezien en liefgehad, direct en indirect, extrapoleert de kunstenaar het geheugen en drukt het op het doek met een snel, bijna vlekkerig gebaar dat sterk lijkt op de techniek van de Macchiaioli beweging (tweede helft 19e eeuw). Voorbeelden hiervan zijn de doeken Russisch landschap aan de rivier de Wolga uit 2005, Weg in het bos, Herfst uit 2012, Beek in het bos uit 2012, Italiaans landschap met rivier uit 2015, Russisch landschap met berkenweide uit 2017 en tot slot Sardinië, Stormy Sea with Liberty Sailboat uit 2018, waarin het ruisen van de boomtakken en de kracht van het water zijn weergegeven door kleine penseelstreken van gebeitst materiaal.
In andere landschapswerken, zoals Stelvio Pass in 2005, Milan Public Gardens in 2008, Hanghzou Lake in de lente van 2014 en Russian Landscape with Birch Trees and Water Lilies in 2015, gaat Natalia Codevilla verder: om de weerspiegelingen van het water, de vluchtigheid van de lucht en de diepte van de bergen zo goed mogelijk weer te geven, gaat de kunstenares te werk met lichte, schaduwrijke en homogene sluiers van Leonardo’s invloed, en houdt ze dus rekening met zowel het luchtperspectief als het chromatische perspectief.
De produktie van de Milanese schilder is ook rijk aan schilderijen met bloemen als onderwerp, niet langer beschouwd als een eenvoudig accessoire, een minder belangrijke kunst, ten dienste van de grote kunst zoals we hebben gezien met de evolutie van de kunstgeschiedenis, maar als een genre met een eigen duidelijke decoratieve en symbolische waarde. De werken van Natalia Codevilla zijn geboren uit het leven en de vrouwelijke schoonheid en kunnen daarom niet worden omschreven als stillevens of Vanitas, maar als ware voorbeelden van impressionistische weergave van de natuur, spelend met vormen, volumes en kleuren. Zoals te zien is in Fuchsia in de wind uit 2008 (die doet denken aan de compositorische en chromatische indeling van Jean-Honoré Fragonards Swing uit 1767, nu in de Wallace Collection in Londen), in Grote zonnebloemen uit 2008, in Roos van de rozentuin van Monza uit 2012, in Gele rozenvreugde uit 2018 en in Blauwe vaas met witte irissen uit 2018, de romige penseelstreken die met penseelstreken op het doek zijn aangebracht, doen sterk denken aan de florale composities van Claude Monet en Pierre-Auguste Renoir (1841-1919), maar zonder het ritme en de verhoudingen, het evenwicht en de harmonie te vergeten die Natalia Codevilla’s visitekaartje zijn.

Domanda all’artista: Ilaria Sperotto

Siamo ormai giunti all’ultima intervista in programma per la rubrica Domanda all’artista che, da dicembre 2020, ha voluto indagare e fare conoscere meglio i quindici artisti che partecipano al progetto Arte Italiana Contemporanea in Olanda, supportato dalla neo Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde: Artisti provenienti da tutta Italia, Artisti con stili, tecniche, soggetti e percorsi artistici molto differenti tra di loro proprio a dimostrazione di quanto l’Arte sia versatile, complessa e multi-sfaccettata.

Oggi abbiamo come ospite la giovane visual artist Ilaria Sperotto da Vicenza, conosciuta tramite amicizie artistiche in comune e per la quale nutro grande stima per le opere d’arte che realizza in cui si indaga a fondo l’essenza del proprio spirito e del proprio inconscio: le tele sono il traguardo di una poetica artistica espressivo-astratta istintiva in cui il colore e le pennellate date di getto danno la sensazione di essere catapultati nella dimensione psichica primordiale delle emozioni.

Già conosciuta in Italia, in Svizzera, in Austria, in Francia e in Belgio, oggi Ilaria Sperotto è presente sul territorio olandese con sei pregevoli opere di piccolo formato dai prezzi “affordable”.

Passiamo finalmente la parola ad Ilaria Sperotto:

Sicuramente te l’hanno chiesto in tanti ma il pubblico olandese non conosce come l’artista Ilaria Sperotto abbia vissuto e vive tutt’ora questo periodo storico che entrerà sicuramente nei manuali di storia: l’arte ti ha aiutata? Ci sono progetti futuri o è ancora troppo nebuloso per programmare concretamente qualcosa?

Nel 2020 quando è iniziata la pandemia per me è stato un momento di freno, inizialmente molto difficile, surreale, ero molto spaventata. Poi un giorno ho deciso che dovevo riprendermi, dovevo riprendere il mio sogno per vivere una vita normale. La pittura in questo caso è stata fondamentale, liberatoria! Attraverso il colore ho liberato le mie emozioni e ho riiniziato a sentirmi viva, a sognare! Il 2021 è un anno particolare, un continuo working progress. Attualmente sto partecipando al “Padiglione Birmania”, progetto internazionale di arte postale presso Palazzo Zanardi Landi a Guardamiglio Lodi (Italia). Mentre a settembre 2021 esporrò una trentina di quadri ad olio nel centro storico di Vicenza: farò parte dei protagonisti del VIOFF “A GOLDEN JOURNEY”, la nuova edizione del Fuori Fiera di Vicenzaoro. Sto progettando il 2022, ma preferisco non parlarne per ora.

Dipingi sempre en plein air come un’impressionista contemporanea oppure hai momenti di rielaborazione personale nello studio? Raccontaci il percorso del tuo processo creativo…

Con la pandemia e il lockdown ho dovuto adattarmi alla nuova situazione, nel passato dipingevo esclusivamente en plein air, osservando e reinterpretando il paesaggio, ora dipingo prevalentemente in studio. I miei quadri nascono dalla mia immaginazione, dal mio inconscio, successivamente li trasferisco su tela. Sono visioni, paesaggi che non esistono.

Guardando i vecchi lavori ad olio di stampo impressionista e mettendoli a confronto con le opere più recenti di stampo metafisico – astratto c’è stato un grande salto stilistico. Cosa ha scatenato questo cambio stilistico?

Con il lockdown è accaduto un “click” inaspettato, in passato con la pittura ad olio non mi sono mai sentita totalmente libera, mi sentivo incatenata e ancorata alle influenze dei miei maestri. Adoravo e adoro la pittura impressionista, ma non l’ho mai sentita totalmente mia. La pandemia mi ha permesso di esplorarmi dentro, ascoltarmi. I miei ultimi lavori ne sono il risultato.

Sei un’artista a tutto tondo: parliamo delle tue ceramiche simboliste. A cosa ti ispiri?

Le ceramiche sono un mondo a sé, sono estremamente affascinata dalla terra, dalla sua plasticità e adoro sperimentarmi e sperimentare. Da diversi anni mi ispiro principalmente al tema delle città, ai miei viaggi, ai miei studi. Una delle cose che mi hanno insegnato alla Facoltà di Architettura è guardare, osservare il contesto, il paesaggio, il territorio. Esplorare con lo sguardo, per immaginare ciò che non c’è più o non ancora. Anche l’Architettura, del resto come l’Arte, scaturisce dall’immaginazione. L’Urbanistica stessa è prima di tutto una previsione. Ed ecco che allora provo ad annebbiare la vista, offuscare lo sguardo per vedere oltre la visione.

Sei sempre alla ricerca dell’emozione pura: cosa vuoi trasmettere a chi si sofferma davanti alle tue opere?

Nei miei lavori, la pittura come la ceramica è istintiva, carica di emozioni e stati d’animo che ognuno, nel proprio intimo può leggere ed interpretare. Ciò che voglio trasmettere è un’emozione empatica e intuitiva. Un’essenza che non va individuata nella materia fuori di noi o al di là dalla realtà percepibile con i sensi, ma dentro di noi e dentro il mondo interiore in cui viviamo, imparando a guardare al di là dell’apparenza, oltre il visibile, attraverso l’emozione che alberga nella mente.

Ringrazio di cuore Ilaria Sperotto per il tempo che ci ha dedicato e ricordo ai lettori che potranno visionare on-line le opere d’arte della giovane artista sul sito www.criticoarte.org/galleria-gallery/ilaria-sperotto/ oppure venire in galleria ed osservare di persona la qualità esecutiva degli olii proposti.

Domanda all’artista: Maurizio Brambilla

Sono passati dodici anni da quando ho avuto il piacere e l’onore di conoscere il maestro milanese Maurizio Brambilla: grazie alla sua guida e ai suoi consigli ho intrapreso i primi passi nel campo della critica d’arte ancora prima della laurea specialistica in Storia e critica dell’arte ottenuta all’Università Statale di Milano. Le prime presentazioni alle mostre personali ed in quelle collettive, le prime critiche d’arte contemporanea, la redazione dei primi cataloghi d’arte le devo a Maurizio Brambilla che in dodici anni mi ha fatto respirare Arte di qualità, mi ha cresciuta ed accompagnata in un mondo competitivo e di difficile gestione. Sono passati gli anni per me e sono passati anche per il Maestro, il quale ha completamente rivoluzionato la cromia della sua poetica artistica non tradendo il suo personale Realismo Magico: nella nuova produzione artistica, l’osservatore inizia difatti un viaggio tra il reale e la visione onirica verso un mondo completamente trascendentale. L’artista milanese è già presente in collezioni private in Italia, Svizzera, Francia e Germania, ed ora è pronto per il mercato olandese: le sue opere sono ospitate di fatti alla neo Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde e prendono parte al progetto Arte Italiana Contemporanea in Olanda.

Ma passiamo finalmente a conoscere in maestro Maurizio Brambilla:

Ci conosciamo da tanti anni ma solo ultimamente hai cambiato completamente sia la palette dei tuoi colori, da cromie intense e brillanti ad una monocromia più spirituale, sia la tecnica pittorica, da olio ad acrilico smaltato: a cosa è dovuto questo radicale cambiamento? Raccontaci.

Dopo anni di pittura ho portato con me la magia della scoperta continua. Se il mio linguaggio espressivo precedente riusciva a raggiungere chiunque attraverso una figurazione comprensibile, in questa mia ultima produzione di quadri ho approfondito delle riflessioni e cerco costantemente di comunicare pittoricamente allo spettatore delle emozioni/ragionamenti. Inizialmente tutto sembra un gioco ma, se ci soffermiamo e osserviamo attentamente queste mie semplici immagini, le emozioni trovano la strada per evadere dalla nostra prigione e lo fanno recando un bagaglio di simboli: come l’infinito “alfa e omega”, il doppio paradiso, la natura, l’artificio e la rinascita, ecc. C’è una continuità di soggetti/oggetti ma ho rimosso molti colori nel segno della sperimentazione e per una crescita stilistica, in termini di raffinatezza. Negli ultimi anni affronto una consistente perdita della verità coloristica: le nuove tele sono infatti quasi monocromatiche e giocano ancora di più su un aspetto introspettivo e poetico.

Le tue opere sono simboliche e metaforiche. Qual è il messaggio profondo che vuoi trasmettere con opere così surreali e metafisiche? Non hai timore che l’odierno pubblico non comprenda sino in fondo il tuo intento?

La narrazione è il fondamento della comunicazione, dell’identità e della memoria: la vita contemporanea, è il frutto della perdita della narrazione. La pittura ci offre la possibilità di ricominciare, di ripartire da uno spunto, da un’immagine, da una linea di orizzonte o da un punto di fuga, da un colore, da una nuova disposizione delle forme della quotidianità. Ricominciare accettando di pensare, di fantasticare, di stabilire connessioni. Nell’apparente semplicità delle mie composizioni e labirinti, la parola chiave è “emozione”.

Le tue tele sono studiate nei minimi dettagli e hanno sottili riferimenti storici ed artistici che sono davvero molto attuali e contemporanei. Come scegli la simbologia più adatta da inserire?

L’immagine è la risorsa che ci permette di uscire dai limiti della realtà, di sfruttare un richiamo, una luce per arrivare verso un altro orizzonte, espandersi in un altro spazio. Uno spunto diventa nei miei quadri la narrazione, di metafore della vita in generale. La parola chiave è visionarietà. I miei soggetti emergono dalle forme e dai colori di una realtà quotidiana. Una volta liberati dall’uso quotidiano e purificati, essi rinascono in un’altra realtà, parallela alla realtà stessa, assumendo un significato diverso. La mia ricerca è regolata dallo sguardo interiore. Uno spazio definito o non definito da cui si sprigionano le mie immagini, fatte con oggetti anche quotidiani (scatole, barattoli, parallelepipedi, coni, labirinti, sfere, carte) che sprigionano una luce propria immersi in una nebbia padana che avvolge la composizione del quadro. Le mie idee nascono dalla realtà quotidiana, le forme e i colori tono su tono mi interessano se non nel momento in cui evocano dentro di me qualcosa di completamente diverso o illuminato di luce nuova, diffusa nel creare un’emozione del mio vissuto e della mia storia.

Ti pongo una domanda filosofica che credo possa spiegare tutta la tua poetica fondata sul Realismo Magico: cos’è per te l’Armonia?

In questi ultimi anni di lavoro mi sono ripulito dai colori convenzionali delle cose e delle figure per rendere più importante la luce/ombre e rendere una raffigurazione quasi sospesa del silenzio, un insediamento lontano del pensiero, l’esserci quanto tutto appare già trascorso, quando il rumore del mondo ormai non giunge più e un respiro appena sillabato è il solito bene prezioso che resiste. Così mi piace vedere in questi ultimi lavori l’incontro con un frammento di mondo che si organizza sotto i nostri occhi. Perché l’idea, il concetto che voglio esprimere è quello di dare vita e vitalità a queste mie rappresentazioni pittoriche. La vitalità non è un attributo fisico o organico, è la vita spirituale interiore: la pittura non è il luogo del nulla ma la manifestazione dell’esistenza.

Parliamo di futuro e di progetti. Come procede il Gruppo dei 6 – Eoykos che ho avuto modo di presentare anni fa a Milano? Ci sono nuove date da segnare in agenda?

Il Gruppo dei 6 Eoykos è fermo per le ragioni che tutti sappiamo. L’ultima esposizione del gruppo si è svolta ad Annely Alta Savoia Francia (stand n° 74). Speriamo di ripartire quando tutto ritornerà quasi alla normalità. Nel frattempo, ho venduto nel 2019/20 n° 2 quadri alla Casa d’Asta Ambrosiana Arte a Milano con molta soddisfazione. In merito alle mie mostre personali cercherò di organizzarle entro la fine dell’anno: forse Praga, Milano e Mantova. A fine anno 2021 uscirà la mia IV monografia con molta soddisfazione perché verranno inseriti gli ultimi tre anni di questo mio nuovo modo di dipingere: il titolo della monografia sarà “Labirinti e Composizioni dell’Anima“.

Ringrazio di cuore il Maestro Maurizio Brambilla per la collaborazione e l’attenzione nel rispondere alle domande. Ricordo ai lettori che saranno sempre i benvenuti alla Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde e potranno visionare on line le opere del Maestro anche su www.criticoarte.org/galleria-gallery/maurizio-brambilla/. Opere di grande valore storico e pittorico, di alta qualità esecutiva, a prezzi davvero alla portata di tutti.

Domanda all’artista: Bianca Beghin

Siamo arrivati al terzultimo appuntamento con la rubrica Domanda all’artista ed oggi avremo il piacere di conoscere la pittrice Bianca Beghin, artista padovana che esalta nelle sue tele di grandi dimensioni le emozioni derivate dal contatto diretto con la Natura. La poetica artistica della pittrice si fonda di fatto sulle sensazioni percepite durante l’immersione completa nella natura (in particolare nei boschi) che diviene il mezzo per scaricare le tensioni e recuperare la pace interiore. Dall’interazione con la Natura nascono tele di grande impatto emotivo rese preziose dall’uso della tecnica mista, elaborata in anni di sperimentazioni, e dal sapiente uso del colore simbolico steso in maniera espressionista, che ricorda i tratti del movimento francese dei Fauves. Si può sostenere che, se la Natura è una poesia enigmatica come sostenne il francese Michel de Montaigne (1533-1592), Bianca Beghin ha trovato la giusta chiave di lettura e di interpretazione. Già presente in collezioni italiane, tedesche ed americane, Bianca Beghin è ora presente in Olanda con il progetto Arte Italiana Contemporanea in Olanda sostenuto dalla neo-Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde che ha lo scopo di portare a conoscenza dei collezionisti olandesi il meglio del panorama artistico italiano.

Passiamo finalmente alla chiacchierata con Bianca Beghin:

I tuoi lavori possono essere definiti espressionistici e liberano l’emozione del momento vissuta a contatto diretto con la Natura. Racconti ai lettori come nascono in dettaglio le tue tele?

Se consideriamo l’Espressionismo, la propensione ad esaltare al massimo il lato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile oggettivamente, i miei lavori sono senz’altro espressionistici. Nelle mie opere, rappresento le emozioni che provo non solo a contatto con la Natura, ma anche nel rapporto con le persone. Amo camminare nei boschi ed in montagna, dove il silenzio mi circonda e l’anima è costretta a fermarsi e a riflettere. Ogni albero, ogni foglia trasmettono un fluido armonico e dolce che risana cuore e mente che mi rigenera. Accostarmi alla Natura, mi aiuta ad armonizzare la mia energia creando una giusta sintonia tra il mio essere spirituale e il mio corpo fisico. Cerco di fissare in immagini certi momenti, fotografo alberi che mi suscitano particolari emozioni che cerco di riportare sulla tela. Non mi interessa se l’albero non è oggettivamente reale, quello che voglio, è catturare degli istanti emotivi, esplorare i sentimenti, rappresentare i luoghi dell’anima: stupore, rimpianto, liberazione, elevazione, bellezza…

Parliamo del soggetto che rappresenti in modo espressionistico, quasi astratto: come mai la scelta è ricaduta sugli alberi ed in modo particolare sui tronchi?

L’albero è la metafora della vita. Come ogni persona nasce, cresce, si sviluppa, vive in pienezza l’età adulta, muore; ed è sempre un compagno, un confidente, un amico che mi segue nelle trasformazioni del mio vivere. L’uomo vive nella Natura e dovrebbe apprezzarla e impegnarsi affinché rimanga come valore comune, dovrebbe essere capace di sentire l’Armonia della Natura e coglierne le pulsioni interne. Inoltre, ho scelto l’albero perché è il simbolo della femminilità e della maternità. È madre sensibile e delicata, coraggiosa e magnetica. L’anima di ogni albero vibra ed è carica di trepidazioni, gioie, sconfitte, resilienza. Rifugiarsi nell’albero è come rifugiarsi nel grembo materno, sempre pronto ad accogliere e a rincuorare. Ecco perché i miei soggetti preferiti sono alberi e in particolar modo i tronchi, ancorati alla terra, tangibili, forti, come le emozioni che viviamo fisicamente.

Per quanto riguarda la tecnica che prediligi: come riesci a fare parlare gli alberi che rappresenti?

Punto molto sul colore che deve “parlare” ed essere capace di trasmettere emozioni, un colore che non è mai puro, ma sempre ottenuto da mescolanze varie, e adagiato sulla tela che viene prima preparata a riceverlo. Alcune volte, stendo una mano di gesso per creare uno sfondo più materico, altre, parto direttamente dalla grisaglia, che è un abbozzo monocromatico, adatto a individuare le zone di luce e ombra e modellarne i volumi. Procedo poi per velature e stendo il colore che così diventa più intenso, più profondo, pronto a raccontare emozioni. Anche i titoli trasmettono particolari sensazioni, non sono mai scelti a caso, ma pensati e studiati per valorizzare ed evidenziare sentimenti miei e riconducibili anche a ogni donna: Tenerezza, Strappi d’amore, Follia nell’aria, Abbraccio Illusione, Incantamento, Cercarsi, Impeto…

Gli artisti hanno sempre un dono speciale, ossia una grande e spiccata sensibilità che li porta a vedere al di là che si percepisce in prima istanza. Secondo la pittrice Bianca Beghin dove risiede la vera Bellezza?

La Bellezza? È l’armonia dei diversi, forme e colori; compito dell’artista è rendere visibile questa armonia. Non è una proprietà inerente all’opera, ma un dato soggettivo di percezione di piacere, indipendente dall’esistenza del soggetto rappresentato. E questa Armonia è in grado di suscitare riflessioni sulla propria esistenza in rapporto al mondo naturale.

Non sei un’accademica ma ciò non vuole dire assolutamente non essere un’ottima artista. I tuoi percorsi di studi umanistici come hanno influenzato la tua poetica artistica?

Essere autodidatta non significa essere priva di conoscenze artistiche. Queste si possono ottenere con molto studio, attraverso percorsi individuali o seguendo corsi con maestri riconosciuti. Ritengo che la mia formazione umanistica abbia sicuramente influenzato la mia arte, soprattutto perché mi ha insegnato il valore della conoscenza, dello studio, della ricerca. Studiare letteratura, storia, filosofia mi ha aiutato a capire meglio il mondo che mi circonda, ad apprezzare il contatto con la natura e ad avere una sensibilità maggiore quando si deve trasmettere sulla tela emozioni e sentimenti.

Ringrazio Bianca Beghin per il tempo che ci ha gentilmente concesso e per averci dato modo di entrare maggiormente nella sua visione artistica personale che ci avvicina di più alla Natura e all’animo emotivo di ognuno di noi. Ricordo ai lettori che potrete visionare la pagina a lei dedicata su www.criticoarte.org/galleria-gallery/bianca-beghin/

Domanda all’artista: Marina De Carlo

È quasi estate e, ripercorrendo i mesi trascorsi dall’inizio delle nostre chiacchierate con gli artisti grazie a questa rubrica, abbiamo conosciuto personalità e poetiche molto differenti tra loro per dare modo al pubblico di scoprire il panorama artistico italiano presente ora in Olanda con il progetto Arte Italiana contemporanea in Olanda, sostenuto dalla neo-Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde. Oggi scopriremo la visione della giovane artista da Terracina Marina De Carlo, conosciuta tramite un’amicizia in comune, che sono fiera di presentare nel nord Europa proprio per la freschezza, la genuinità, la genialità e la profondità filosofica di ciò che realizza. Un’arte aerea per le prospettive utilizzate, un’arte concettuale carica di simbolismi che insegna il rispetto del Creato, un’arte materiale, viva e tattile per dare modo a tutti di goderne: un’arte che è in grado di trasmettere pace interiore e meraviglia.

Ma passiamo ora all’intervista a Marina De Carlo:

La tua produzione artistica si fonda sull’uso di una tecnica mista molto particolare ed interessante che è tattile e viva al tempo stesso: vorresti spiegare in cosa consiste e se è di difficile manutenzione per chi desira diventare tuo collezionista?

Le mie isole seguono le linee di quelle reali, cerco di riprodurle il più possibile simili alla realtà. Sono di cemento e le intaglio a mano. Per ricreare la natura tipica delle isole, dopo una lunga ricerca, ho inserito il muschio vivo stabilizzato, per dare vita ai miei lavori. Il muschio vivo stabilizzato proviene da varie parti del mondo: Finlandia, Cile, Siberia, Provenza; viene raccolto a mano e sottoposto ad un processo di stabilizzazione che lo rende immutato nel tempo. I muschi che uso per le mie isole sono in grado, quindi, di mantenere inalterate le caratteristiche di morbidezza, colorazione e struttura. Non hanno bisogno di acqua, terra o luce, ma si nutrono solo dell’umidità dell’ambiente. Il muschio stabilizzato inoltre, mantiene un leggero profumo di bosco. L’ unica accortezza che consiglio è di posizionare l’opera lontano da fonti di calore.

Parliamo del soggetto che tanto ami e che è presente presso la Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde in Olanda: il mare e le isole. Come mai la scelta di questo tema e come lo rappresenti?

Sona stata molto ispirata dal luogo in cui vivo: vedo il mare dalle finestre di casa e il senso di libertà, che il mare, anche solo alla vista, esprime, ha colmato molti miei dolori. Mi piace poter viaggiare sulle mie tele, immaginarmi altrove. L’arte per me è evasione e, poter ” Volare ” sul mare, per me, è la massima espressione di libertà.

Nella tua produzione artistica non ci sono però solo mari, ma anche opere dedicate allo spazio ed opere estremamente concettuali strettamente collegate alle Sacre Scritture: ce le descriveresti?

Recentemente ho iniziato a “volare” anche nello Spazio. Sono sempre stata affascinata, fin da piccola, dalle foto della NASA: adoravo sentirmi infinitamente piccola nell’infinitamente grande. Utilizzo per le mie tele “spaziali” la resina che coloro di nero con pigmenti naturali, e gli inchiostri alcolici che invece compongono il cuore dell’opera. Con gli inchiostri cerco di riprodurre le esplosioni ed i colori vivaci tipici delle Nebulose. Adoro riprodurre anche i pianeti, le stelle e tutto ciò che ai miei occhi suscita un senso di stupore e meraviglia. L’ultimo (per adesso) ciclo è dedicato al fulcro della mia vita: Dio e le Sacre Scritture. Mettere Dio al primo posto nella mia vita è stata la mia più grande vittoria, che ha dato un senso a tutta la mia esistenza. Per queste opere utilizzo come sfondo le resine epossidiche, mentre le lettere che compongono le frasi sono di cemento. Il gioco di luce e ombra che si crea sotto le lettere rappresenta, per il mio modo di concepire l’arte, l’apice della perfezione.

Riassumendo la tua arte può essere definita aerea, simbolica e concettuale: qual è il messaggio profondo che l’artista Marina De Carlo vuole comunicare?

Il messaggio che vorrei comunicare con la mia arte è un messaggio di Libertà: non esistono limiti! La mia immaginazione mi ha portato lontanissimo, pur rimanendo ferma. Sono riuscita ad abbattere tante barriere e a creare un’arte non solo visiva, ma anche tattile, che possa essere non necessariamente solo “vista” ma anche “toccata” per i non vedenti.

Programmi per il 2021? Oltre ad essere presente all’Art Explosion di Assen il 3 Luglio e al Nationale Kunst Dagen a novembre a Nieuwegein, hai in agenda altri eventi? Covid permettendo…

È un periodo molto difficile per mostre ed eventi, a luglio comunque parteciperò alla Biennale di Genova con Satura Arte, a settembre sarò presente nella mostra a Crema in occasione del 750º anno dalla nascita di Dante Alighieri. Dal 5 giugno una mia opera è stata selezionata per partecipare ad una mostra evento a Catania per celebrare il 160esimo Anniversario dell’Unità d’Italia.

Ringrazio di cuore Marina De Carlo per il tempo che ci ha dedicato. Sono sicura che le opere d’arte da lei realizzate saranno sicuramente apprezzate qui in Olanda; nel frattempo invito a prendere visione della pagina a lei dedicata: www.criticoarte.org/galleria-gallery/marina-de-carlo/ 

Dal Ciclo Isole

Domanda all’artista: Gianni Depaoli

Anche se sono passati pochi mesi da quando ho conosciuto via web l’artista piemontese Gianni Depaoli, si è instaurata una profonda e reciproca fiducia e stima, nonché una grande ammirazione per le opere concettuali di grande eleganza che realizza. Gianni Depaoli è l’unico artista concettuale presente nel progetto Arte Italiana contemporanea in Olanda proprio perché, grazie alla sua intensa poetica artistica, ha scalfito la mia innata diffidenza verso questa forma d’arte contemporanea. L’arte di Gianni Depaoli si basa sui principi di eco-sostenibilità e di bio-diversità che vengono trasmessi all’osservatore tramite la creazione di installazioni e di opere (pittoriche e scultoree, figurative e astratte), che raccolgono significati diversi ed assumono identità riconducibili a contesti storici e culturali sempre strettamente connessi al rispetto del mare e dello scarto organico che si carica di valore artistico, lirico e poetico e può essere denominato come “nuova icona” e “fossile contemporaneo”. L’artista piemontese è già conosciuto a livello internazionale ed è stato presente sul territorio olandese per diversi anni; dopo l’assenza di quest’ultimo decennio, ha deciso di riproporsi con le nuove opere concettuali alla Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde.

Ma passiamo finalmente la parola a Gianni Depaoli:

Sei un artista concettuale e creatore di nuove icone contemporanee cristallizzate e liriche: come hai intrapreso questa strada? Raccontaci il tuo percorso artistico.

Tutto è iniziato nel settembre del 2007 quando, un direttore coraggioso come Marco Valle del Museo E. Caffi di Bergamo, dopo aver visto un mio progetto ancora allo stato embrionale, decise di dedicarmi un’intera mostra: “Mare Nero”. Quel numero esiguo di opere – appena sette – ha rappresentato la mia prima uscita pubblica. Da quell’esordio piuttosto fortunato, partì un tam-tam che coinvolse molti altri musei. In questi giorni le mie “Constatazioni”, così le chiamo e non denunce in quanto situazioni da sempre sotto gli occhi di tutti, sono esposte in molti musei e sedi Istituzionali. Sono riuscite ad incuriosire ed infine ad approdare al primo museo d’Arte che mi ha accolto nella Galleria d’Arte Moderna di Genova, diretta da Maria Flora Giubilei con la quale è nata un’idea sicuramente bizzarra: quella di “inquinare” il museo abbinando opere dissacranti, quali le mie, ai capolavori dell’esposizione. Un azzardo che porterà alla realizzazione di un intero catalogo sommato ad una proroga di altri tre mesi e a una pagina su “Da Genova per Genova”, un libro di Andrea Ranieri, assessore alla cultura del capoluogo ligure. Una grande soddisfazione. Dalla creazione di opere che additavano in modo inequivocabile i disastri provocati dall’ uomo, all’utilizzo di materiale organico di scarto dell’edibile il passo è stato breve, quello cioè di Nobilitare con il suo scarto uno degli alimenti primari che nutre da sempre il Mondo: il pesce.

Il tuo atelier è molto diverso da un atelier di un pittore ed è quasi alla pari di un laboratorio alchemico o una sala operatoria: hai voglia di scoprire il velo di mistero e descriverlo al nostro pubblico? Che strumenti e materiali utilizzi, quali tecniche…

Il mio studio è il magazzino che serviva per l’importazione, la lavorazione e la distribuzione del pesce, è cioè un ex magazzino frigorifero ora ribattezzato Museo Menotrenta, le sale espositive sono le ex celle frigorifere, gli ex laboratori sono il mio studio, gli uffici sono in parte accoglienza ma soprattutto un condensato di progetti passati, futuri o mai conclusi. La nuova ricerca sviluppata verso il 2014 con l’utilizzo di inchiostri e pelli di cefalopodi trattati per la conservazione e mantenimento del colore naturale della livrea, grazie ad un metodo da me brevettato, e manipolati con aghi d’ acciaio e bisturi chirurgici, porta a trasformare la materia per scoprirne bellezza e trasparenza. Questo nuovo studio dona nuova vita allo scarto organico che considera l’anello di congiunzione e ricordo indelebile del prodotto che ha nutrito l’Essere Umano. “Dall’edibile che nutre il corpo, all’arte che nutre lo spirito”. La pittura materica diventa il più forte impulso per la ricerca del colore naturale, che diventerà l’unico colore utilizzato, regolato dalla manipolazione dei cromatofori esistenti nel prodotto, senza aggiunte di colori artificiali. Con il progetto Abissi, indaga il noto e l’ignoto e i percorsi tortuosi del pensiero umano. Scopre ed evidenzia le ferite e le escrescenze della pelle lacerata che diventano abissi e meandri dove il pensiero si perde e si rigenera, svelando i patimenti che ho subito durante il mio percorso di vita, che definisco la mia Via Crucis.

Nel 2010 hai avuto l’occasione di presenziare all’Affordable Art Fair di Amsterdam e all’Open Art Fair di Utrecht: come ti sei trovato all’epoca e come speri sia l’Olanda nel 2021?

È stata per me un’esperienza unica, dovuta anche al fatto che ho lavorato per più di 40 anni con l’Olanda: dai porti di Urk, Volendam, Harlinger, Jimuiden, importavo il pesce olandese per le scuole, la platessa. Quando venni, portai un progetto che rappresentava la storia dell’Olanda legata alla pesca, raccontatami dai pescatori e produttori locali, e della incredibile e straordinaria combinazione. Uno Stato piccolo come una nostra Regione possiede un prodotto, la platessa, che è conosciuto e apprezzato in tutto il Mondo, ed un’altra combinazione che lega la morfologia di quel pesce all’Olanda, (ma questa la svelerò soltanto nel momento in cui una Istituzione Pubblica Olandese mi inviterà a fare una mostra in Olanda). Da lì la mia ricerca è partita e la prima mostra con questi materiali è stata fatta proprio in Olanda, tutte le opere erano fatte con pelle di platessa, reti da pesca storiche, casse di legno anni 60 ormai desuete. Fu un gran successo e mi venne dedicato anche un articolo su un giornale locale con la foto di un’opera (Het Urkerland).

Quali sono i tuoi progetti futuri per i prossimi mesi? Su cosa stai lavorando?

Progetti futuri ne ho molti, sia a livello di nuove ricerche che sto conducendo sia per mostre che stiamo preparando. Ci sono molti eventi già programmati che sono slittati causa Covid 19, sono finalista in due concorsi importanti, sto preparando una mostra personale che avrà un importante luogo Istituzionale e che sarà sostenuta da un Museo dove donerò delle opere che saranno vendute a favore di una associazione che si occupa di lotta contro i tumori, come già fatto in passato, e che saranno la mia principale prerogativa per il futuro (una promessa che ho fatto a mia moglie prima che volasse via). Sarò poi presente ad alcuni appuntamenti importanti sia in Italia che all’ Estero già programmati.

Qual è il fine ultimo della personalissima ed innovativa Arte Concettuale di Gianni Depaoli? Non hai paura che solo una stretta nicchia di amanti dell’Arte possa comprendere il messaggio profondo che le tue opere trasmettono?

Osservare la realtà e plasmarla affinché le persone ne fruiscano e ne prendano consapevolezza, estrapolando il mio intimo, i miei patimenti ma anche le fruizioni giornaliere della bellezza che ci dona la natura. Nei miei lavori compaiono visi, silhouette a volte palesemente svelati a volte velatamente nascosti che sanciscono il mio rapporto con l’ignoto e la ricerca della leggerezza dell’essere. Inquietudine, angoscia, timore, sono rappresentate da lacerazioni, abissi e meandri che feriscono la pelle, esorcizzate però dalla trasparente bellezza delle forme e dei colori naturali. Mi ha sempre interessato il far affiorare il “particolare”, immaginare il backstage della vita, scoprire la costruzione celata più che godere del risultato finale. È il particolare che differenzia e ci rende unici, la nostra firma indelebile e riconoscibile. No, non mi preoccupa anzi mi affascina, quando si supera il confine per un processo sperimentale si sa già che si incontreranno delle difficoltà, difficoltà che hanno incontrato anche i grandi maestri, Burri, Arman, Penone, Pistoletto per citarne alcuni e ora vediamo dove sono arrivati. Ora il popolo dell’arte è preparato a questi nuovi processi, cercano loro stessi nuove produzioni che possano stupirli. Fortunatamente ho sempre incontrato collezionisti che volevano investire su qualcosa di innovativo ed inusuale e Musei che intendevano presentare qualcosa di particolare, per ciò che riguarda il materiale, la sua manipolazione, ma che allo stesso tempo esprimesse dei concetti molto forti.

Con immensa gratitudine, ringrazio Gianni Depaoli per la sua disponibilità. Ricordo ai lettori che potranno leggere e vedere altri video sulla pagina dedicata all’artista su criticoarte.org: Gianni Depaoli – Italian art by ELisa Manzoni (criticoarte.org)

Domanda all’artista: Fabrizio Spadini

Grafico pubblicitario, maestro d’arte ed illustratore lombardo, Fabrizio Spadini dal 2009 vive in Toscana: qui si è lasciato ispirare dalla luce e dai paesaggi che lo portano ogni giorno a dipingere en plein air, proprio come erano soliti fare i membri del gruppo dei Macchiaioli nella seconda metà dell’Ottocento. Guardando le opere del giovane artista, l’osservatore rimane folgorato e viene trasportato in un passato tra il surreale e il verista: elementi dell’iconografia delle serie animate giapponesi degli anni ’70 e ’80 sono elegantemente combinati con lo stile e le atmosfere veriste della tradizione pittorica ottocentesca. I nuovi eroi ed icone fantastiche, ormai nell’immaginario collettivo, si materializzano su un piano realistico: un futuro immaginato e surreale fatto di atmosfere d’attesa, immobili e silenziose, rese possibili dalla pennellata veloce non materica.
Per la sua poetica artistica è già apprezzato in Italia, in Inghilterra ed in America, e fa parte del progetto Arte Italiana contemporanea in Olanda sostenuto dalla Manzoni Kunst Galerie di Oosterwolde.

Conosciamo meglio l’artista Fabrizio Spadini con cinque domande:

In tanti ti hanno chiesto come mai unisci l’arte ottocentesca con i personaggi fantastici dei manga e degli anime giapponesi e dei film/serie TV cult come Star Trek e Star Wars, hai voglia di spiegarlo anche al nostro pubblico? Se potessi tornare indietro nel tempo con chi passeresti la tua giornata? E, fantasticando, se si potesse entrare in un fumetto quale sceglieresti?

Credo che alcune narrazioni appartenenti all’immaginario culturale di massa, veicolate dal cinema, dalla televisione, dalla letteratura di fantascienza, dal fumetto, siano alla base di quello che è il nostro presente. Di fatto costituiscono dei modelli culturali ormai consolidati, che sono diventati tradizione, allo stesso modo in cui l’immaginario visivo pre-industriale, del XIX secolo, può essere considerato come l’infanzia della società dei primi decenni del XXI secolo. Accostare queste “radici visive e culturali” attraverso l’artificio pittorico mi sembra un buon modo per far riflettere sulla nostra contemporaneità. Se potessi tornare indietro nel tempo passerei la mia giornata assieme a un contadino di metà Ottocento, uno di quelli che puoi vedere in un dipinto di Fattori, credo che avrebbe molto da insegnarmi. Se potessi entrare in un fumetto sarebbe una storia di Milo Manara.

Come mai proprio l’arte tra il XIX secolo e i primi decenni del XX secolo è protagonista della tua produzione? Hai mai pensato a sperimentare l’arte Rinascimentale o Barocca creando ad esempio il connubio maghette giapponesi/ Madonne, anche se il tema potrebbe divenire sacrilego?

Mi interessa stilisticamente il passaggio e l’evoluzione della pittura a cavallo tra Ottocento e Novecento. La diffusione della fotografia ha permesso alla pittura di affrancarsi dalla pura rappresentazione mimetica della realtà e dato che i modelli di riferimento nelle mie opere camminano sul filo tra realtà e immaginazione, trovo interessante affrontare visivamente il linguaggio pittorico che si è sviluppato in quel periodo storico. Ho in progetto una serie di opere che affronta il tema delle “maghette” dell’animazione giapponese, ma in relazione a una tematica che ha riguardato la figura femminile in particolare modo nei primi decenni del XX secolo, ma non voglio fare anticipazioni per il momento.

Come ti approcci quando scatta in te l’idea artistica: raccontaci tutti i segreti della creazione di una tua opera…

Di solito mi appunto delle idee relative a un soggetto, a una suggestione, però spesso davanti alla tela vuota si delineano nuove idee e di conseguenza lavoro abbastanza di getto. Solitamente non realizzo un disegno preparatorio e dipingo in maniera libera. Poi quando il soggetto va delineandosi faccio una ricerca iconografica e cerco delle references da utilizzare come guida per il dipinto. Ascolto spesso radiodrammi o audiolibri durante il lavoro. Quando voglio caricarmi invece ascolto le sigle dei cartoni animati o colonne sonore dei film che in quel momento possono riconnettermi a uno stato d’animo che voglio che trasmetta l’opera.

Tema reclusione: come si è posto l’artista Fabrizio Spadini con le chiusure forzate causate da Covid-19 nel 2020? L’arte ti ha aiutato a non cadere nell’oblio creando nuove opere grandiose?

La solitudine non è mai stato un problema per me e per il mio lavoro. Ho cercato di resistere alla tentazione di voler raccontare il presente attraverso le mie opere in modo didascalico. Mi interessa il rapporto tra uomo e tecnologia, intelligenza artificiale, uomo e mezzi di informazione, in questo senso il corso della storia sta subendo un’accelerazione di cui potremo essere consapevoli solo tra diversi anni, e col senno di poi riusciremo a trarne conclusioni obiettive, nel bene e nel male. La situazione attuale in relazione a quello che sta accadendo nel mondo dalla fine del 2019 sta creando molte divisioni, l’archetipo del “nemico” dell’alieno, la retorica di guerra, non fanno che enfatizzare questi aspetti. Preferisco immergermi nei colori delle mie opere dove la “zona rossa” è quella che fa riferimento agli ultimi raggi di sole al crepuscolo.

Hai progetti per questo 2021? So che ti occuperai delle Maghette giapponesi: qual è la tua preferita e hai già in mente l’ambientazione ideale?

Nel 2021 sto sperimentando nuovi filoni narrativi in vista di prossime esposizioni e mostre per il 2022. In particolare, sto lavorando a tele di grande formato in rapporto ai Maestri del primo Novecento. Anche se non è propriamente una maga, ma possiede comunque poteri fuori dal comune, Lamù (o Lum Urusei Yatsura) è sicuramente la mia preferita. Sto dipingendo in questo momento una grande tela che la ritrae in un notturno carnevale veneziano.

Ringrazio Fabrizio Spadini per avere condiviso con noi il suo mondo e i suoi pensieri artistici. Invito i lettori a visionare la pagina a lui dedicata sul sito criticoarte.org: Fabrizio Spadini – Italian art by ELisa Manzoni (criticoarte.org).

Domanda all’artista: Claudio Caporaso

E’ ormai passato poco più di un anno da quando ho conosciuto il talentuoso scultore ligure Claudio Caporaso. La nostra conoscenza è nata per caso sui social a fine 2019, poco prima dello scoppio di questa pandemia e del mio trasferimento in Olanda: entrambi eravamo alla ricerca di un professionista del settore dell’arte che credeva nei nostri progetti e ci siamo trovati d’accordo sino dall’inizio. E’ difficile trovare degli abili scultori ed è per questo che nel progetto Arte Italiana Contemporanea in Olanda attualmente è presente solo lui: la sua poetica artistica è figurativa e reale, sensibile ed emozionale, senza alterazioni di forma per mostrare il suo profondo messaggio in cui tutta la femminilità del corpo viene esaltata in una costante ricerca di dinamismo spaziale. Le sue opere stanno ottenendo un notevole successo presso le gallerie italiane e nelle collezioni, private e pubbliche, italiane e tedesche.

Passiamo ora all’intervista a Claudio Caporaso e conosciamolo meglio:

Come e quando è nato lo scultore Claudio Caporaso: cosa ti ispira maggiormente e cosa vorresti trasmettere ai posteri?

La mia passione è nata fin da quando ero bambino.  Mi mettevo lì da solo con un “temperino” e facevo le mie “statuette”. Mi dava soddisfazione. Piano piano quello che poteva sembrare un hobby si è trasformato in un progetto per il futuro: mi sono iscritto alla scuola d’arte di Massa e sono cresciuto. La mia ispirazione è sempre stata la Natura: la vedo come la Madre di tutti noi, la perfezione e la bellezza assoluta. La Natura ha dei canoni perfetti: anche qualcosa di brutto, se lo guardi bene alla fine ha del bello o comunque si rivela utile. Quello che mi muove invece è la passione e il sentimento: la mia arte gravita attorno a questo. Ai posteri voglio lasciare la speranza che l’arte continui a vivere. Voglio che capiscano che essere un artista è un lavoro oltre che una vocazione e che, in quanto tale, non ci si può improvvisare artisti. Ci vuole impegno e dedizione, ma soprattutto ci vuole capacità tecnica ed espressiva. L’arte è piena di significato e va tramandata senza bisogno di parole che la raccontino. Ecco, questo auspico.

Ci descriveresti il processo creativo delle tue opere: quanto tempo passa dall’idea alla realizzazione?

Le mie opere nascono prima di tutto da una sensazione, che sia un’emozione o un concetto, da qualunque cosa che in ogni caso mi ha segnato. Difficilmente butto giù uno schizzo, l’idea si fa strada nella mia mente, dapprima in modo confuso e via via sempre più strutturato. Dopo giorni di pensieri fumosi durante i quali entro in uno stato quasi ansioso, ecco che il disegno diventa chiaro. A quel punto io vedo già la mia opera. Sono pronto per entrare in laboratorio e iniziare la lavorazione. Parto direttamente dalla creta o dalla cera. E finché non la vedo finita ho la smania addosso e non esco più dallo studio. Ogni opera ha tempistiche diverse, ci possono volere giorni o settimane solo per il modello, poi creo la gomma e vado fondere in bronzo.

Scolpisci opere figurative realistiche sia in legno sia in bronzo ma, con quale dei due materiali hai più affinità e cosa ti trasmettono? Come scegli l’uno o l’altro per i tuoi temi cardine?

Nonostante il materiale che utilizzo maggiormente per le mie statue sia il bronzo, effettivamente prediligo di gran lunga il legno: è un materiale vivo, naturale e, quando lo lavori, non sai mai cosa ti puoi aspettare, magari un nodo, una venatura, un elemento che ti fa deviare dal disegno iniziale. Lavorare il legno è una sorpresa, ti spacchi le mani, lo studio si riempie di trucioli, come anche i miei capelli, e tutto diventa un tutt’uno con la mia opera d’arte. Il bronzo invece è chiaramente più statico, però soprattutto con la patinatura acquisisce un non so ché di vivo. Il legno lo uso per temi più delicati, mentre il bronzo per i temi dai contenuti più forti.

Parliamo di un tema a te caro: la donna. Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 hai fondato il progetto -DND- DO NOT DISTURB per combattere la violenza contro le donne: racconteresti ai lettori in che cosa consiste il progetto e come si sta articolando? Cosa prevede per il 2021?

il tema della Donna mi è sempre stato caro è vero. Nel corso degli anni sono stato definito lo scultore delle donne, proprio perché i soggetti da me prediletti sono raffigurazioni femminili, ornate da elementi naturalistici. La donna per me è un essere superiore, associato alla perfezione della Natura. L’idea che possa essere abusata o soggiogata mi devasta. L’idea che nei secoli non abbia ancora raggiunto il pieno potere e uguaglianza col sesso maschile è inammissibile. Il progetto nasce dalla rabbia, dall’impotenza che si vive ogni giorno anche solo dopo un TG. L’arte è sempre stata al servizio dell’umanità e allora ho pensato che DND potesse diventare un reale simbolo di riscatto femminile. Con mia moglie, che è da sempre stata la mia curatrice e la mia musa, abbiamo messo in piedi DND: lei è la parte pensante, quella che ci sa fare con le parole, io sono l’operaio, quello però che fa sognare attraverso le mani. Il progetto è stato abbracciato da grandi personaggi del mondo della cultura, della TV e dello sport e stava decollando alla grande, fino al lockdown del 2019. Avevamo in programma di portarlo in giro in tutta Italia, attraverso mostre itineranti e congressi, avevamo in programma una raccolta fondi per la messa in opera di monumenti che sensibilizzino sul tema, e ancora la donazione di denaro ad associazioni che si battono per i diritti delle donne in tutto il mondo. Chiaramente ora è tutto fermo, o meglio, così potrebbe sembrare, ma l’importante è crederci e non abbandonare la presa. È vero ora non si può far nulla, ma DND va avanti, e tutto è solo rimandato.  La produzione cresce, come anche l’interesse delle Gallerie e dei collezionisti. Molti hanno voluto queste opere nelle loro collezioni private, capendone il potenziale. Non appena la situazione si sbloccherà, il progetto decollerà.

Hai iniziato da poco il ciclo scultoreo denominato IDENTITA’, maschere bronzee dalle linee naturali in continuo mutamento: quante sculture hai mente per questo ciclo dal profondo significato filosofico? Raccontaci…

Identità è un progetto molto ampio e vastissimo, di cui è impossibile definirne un numero. È ancora all’inizio tra l’altro e va sviluppato interamente. È un progetto meraviglioso e concettualmente impegnativo. So che è un tema già ampiamente trattato in filosofia, nell’arte e in letteratura, ma lo trovo sempre molto attuale. Persino le nostre Identità subiscono il passare del tempo. Del progetto fanno parte essenzialmente due temi: la Maschera e il Sentimento abbinato. Mask ha dimensioni più piccole ed è la tipica struttura classica, felicità, tristezza, rabbia, ecc. Identity invece è più grande e ricca di particolari. In Identity è il viso stesso della donna che muta e che si sfoglia prendendo forme e significati diversi. Anche le lavorazioni dei materiali sono diverse per ogni opera, patinatura, lucentezza, effetto mat, sono studiati per suscitare le più svariate reazioni del pubblico. Rinomate gallerie italiane mi hanno contattato per avere almeno un pezzo di questa collezione nelle proprie sale.

Ringraziando di cuore Claudio Caporaso per il tempo dedicatoci, ricordo che potrete trovare altre informazioni sulla pagina a lui dedicata Claudio Caporaso – Italian art by ELisa Manzoni (criticoarte.org).