l’Italia tentenna ma l’ARTE no

Le settimane e i mesi passano velocemente senza guardare in faccia nessuno. La malattia che ha messo in ginocchio il mondo sta finalmente esaurendo la sua carica virale. Molti governi hanno immediatamente attuato delle politiche di sostegno per tutti i settori e per tutti i cittadini, tuttavia, in Italia, le soluzioni per uscire da questa grave crisi non si vedono ancora e chi governa il paese si perde in chiacchiere, futili e prive di sostanza, lasciando il popolo nella confusione e nell’incredulità nel vedere così tanta vanità e così poca professionalità in una situazione di emergenza. Diversamente da altre nazioni, la cultura e, in modo particolare, l’arte sono purtroppo all’ultimo posto delle priorità del governo italiano: a fine aprile sono stati infatti stanziati solo 20 milioni per turismo, spettacolo e cinema, realizzando così una triste e netta distinzione tra le categorie creative e dimenticando tutti gli artisti e i professionisti delle arti visive a cui manca il corretto riconoscimento giuridico, economico, fiscale e previdenziale. Ora che è iniziata l’estate, l’Arte attende speranzosa i decreti attuativi del Fondo emergenza imprese culturali 2020 da 210 milioni e il Fondo cultura 2020/2021 da 100 milioni: solo nei prossimi mesi potremo vedere e verificare se, almeno questa volta, gli aiuti da parte dello stato saranno davvero equi, democratici, realistici, veloci ad essere erogati e soprattutto sufficienti per tutti; se così non fosse l’Italia sarà davvero persa alla deriva senza un’aspettativa per il futuro. Nel frattempo, secondo l’ICOM, il 10% dei musei in tutto il mondo potrebbe non riaprire i battenti e, con fiere d’arte, biennali e mostre posticipate, solo grazie al digitale le gallerie e i musei hanno mantenuto i contatti con i loro visitatori durante il lock-down dando prova che l’ARTE non si ferma davanti a niente: è proprio nei momenti di maggiore crisi che si può percepire il cambiamento e l’evoluzione artistica, proprio come dimostrano i pittori e lo scultore che ho proposto nei miei canali nelle ultime settimane.

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Emanuele Ascanio Favero, The power of air, 2020, acciaio inox e ferro, base 80×60 cm. altezza 68 cm.

Emanuele Ascanio Favero, The power of air, 2020, acciaio inox e ferro, base 80×60 cm. altezza 68 cm. Dopo due mesi e più, la lunga quarantena per covid19 sembra allentarsi ma restano ancora molte le restrizioni in Italia e le persone sentono sempre di più la necessità di evadere per riprendersi le proprie libertà. Con la sua opera, lo scultore Favero dà modo all’osservatore di intraprendere un viaggio immaginario verso la libertà, un volo carico di positività verso un mondo lontano senza problematiche: l’aereo è già in volo grazie al potente motore e sebbene sia un assembramento di materiali rigidi e pesanti, l’artista dà il tocco di leggerezza grazie al dinamismo delle forme sinuose che richiamano alla memoria la scultura futuristica del 1912 di Boccioni. La ricerca del movimento è fondamentale per l’artista che crea così nuove occasioni di vita in elementi aerodinamici: gli oggetti tendono in direzioni infinite, in continuità con lo spazio, grazie alle linee forza, vive e palpitanti, intersecate con la vibrazione tra piani e luci. L’opera trasmette così una vera e propria energia allo spirito, un brivido dato dalla velocità, riportandolo successivamente in uno stato di benessere interiore.

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Gianluca Somaschi, RIPRESA, 2020, acrilico su tela, 120×100 cm.

Gianluca Somaschi, RIPRESA, 2020, acrilico su tela, 120×100 cm. Dopo più di due mesi di blocco totale, il 4 Maggio è iniziata finalmente la fase 2, una fase carica di speranza ma con ancora troppi dubbi, lacune e lati oscuri. Purtroppo tante attività commerciali sono infatti costrette ad attendere molte settimane prima di potere ripartire, con le dovute cautele, perdendo così ulteriori introiti. Sebbene si conoscano i prossimi steps che saranno il 18 Maggio e l’1 Giugno, la collettività è molto confusa a causa della massiccia, ambivalente e cattiva informazione: sia i cittadini che gli imprenditori hanno tante domande che, o non trovano risposta, o la trovano ma è davvero poco chiara. L’artista milanese coglie in pieno l’incertezza e la confusione del momento della seconda fase in questa tela astratta grazie ai colori, forti e cupi, e ai tratti istintivi e gestuali che fanno percepire l’ansia di una ripresa “concessa” con il conta gocce. Come l’Italia piange i suoi morti e la sua economia, l’opera di Somaschi versa lacrime con gli sgocciolamenti di colore che simboleggiano il dolore e la preoccupazione in questa lentissima ripresa.

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Giorgio Viganò, The pub, olio su tela, 2020, 50×70 cm.

Giorgio Viganò, The pub, olio su tela, 2020, 50×70 cm. Finalmente è arrivata la fatidica data della seconda parte della fase 2: in Italia il 18 maggio segna l’inizio della ripresa di almeno alcune attività commerciali quali bar e ristoranti, negozi, parrucchieri e centri estetici. Tenendo sempre in conto che covid19 non è scomparso, anche se è possibile incontrare i propri amici occorre comunque prestare ancora attenzione al distanziamento sociale per non ricadere nella situazione di febbraio e di marzo. Questo allontanamento forzato delle persone costringe però le attività, le poche che riescono a riaprire perché non hanno esaurito i fondi e la volontà, a rivedere i propri spazi rinunciando così alla maggioranza dei clienti. Il pittore Viganò mostra con i suoi toni terrosi e malinconici una realtà che sarà difficile da recuperare nel breve periodo: solo quattro mesi fa gli avventori si sedevano vicini e si intrattenevano in un pub o in un bar per l’ora dell’aperitivo dopo una lunga giornata di lavoro ma, i soggetti raffigurati nella tela, in una prospettiva significativamente decentrata, sono talmente evanescenti che sembrano gli spettri degli stessi avventori e, simbolicamente di tutti noi. La memoria inizia a farsi labile e subentra il ricordo, la malinconia, la nostalgia e il timore del futuro e delle persone che ci circondano. L’Italia è ancora in pericolo, non solo per la crisi economica e sanitaria, ma soprattutto per l’effetto capanna causato dalla massiccia comunicazione mediatica.

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Maurizio Brambilla, Leggero caffè, acrilico e smalto su tela, 2020, 30×40.

Maurizio Brambilla, Leggero caffè, acrilico e smalto su tela, 2020, 30×40. Durante questo periodo storico difficile in cui molte verità vengono taciute per fini non eticamente corretti, il maestro milanese regala un altro pezzo della sua produzione e dà modo all’osservatore attento di entrare in un mondo estremamente allegorico e simbolico, insegnando ad andare al di là della semplice apparenza, a ragionare e a non fermarsi alla superficie. In un ambiente onirico e sospeso nel tempo, dai toni monocromi alla Carrà, la latta di chicchi di caffè sembra essersi aperta con un’esplosione da cui scaturiscono non chicchi di caffè, che sono posizionati in una spirale clotoide alla base del contenitore, ma tredici piume bianche, rendendo così la tela altamente simbolica e basata sul concetto di trasformazione della vita. Infatti, analizzando nel particolare l’opera, sul recipiente i tre chicchi simboleggiano la perfezione della conoscenza illuminata di un’entità superiore all’essere umano che, domandandosi come finirà questo periodo tanto negativo, riceve una risposta positiva: le tredici piume bianche allegoricamente significano difatti che, dopo questo momento di rottura dell’armonia, si troverà il modo corretto per superare la difficoltà e tutto si risolverà nel migliore dei modi in quando dopo la morte c’è sempre la rinascita spirituale. La soluzione è però insita nell’essere umano che deve trovare l’energia, svegliarsi, restare vigile e prendere spunto dalla lezione data dal caffè: il chicco messo in una situazione di pericolo estremo, quale l’acqua bollente, reagisce positivamente, da il meglio di sé e trasforma ciò che gli sta intorno. Il genere umano deve rendersi conto che sta semplicemente percorrendo la linea della vita raffigurata nella spirale clotoide che si intravede in basso, una vita caratterizzata dagli opposti in continuo mutamento nello spazio-tempo: inizio Vs fine, vita Vs morte, bene Vs male, giorno Vs notte. Un’evoluzione/involuzione carica di energia vitale impossibile da fermare: come scrisse Gilbert Durand “un glifo universale della temporaneità della permanenza dell’essere attraverso la fluttuanza del mutamento”.

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Giuliano Giuggioli, In partenza, olio su tela, 2020, 100×60 cm.

Giuliano Giuggioli, In partenza, olio su tela, 2020, 100×60 cm. Nella penisola italiana la nuova “peste” del 2020 inizia lentamente a scemare ma le restrizioni, pur allentandosi leggermente, sono diventate ormai un fardello per i cittadini che sono a questo punto imbavagliati con la mascherina del terrore. La tela del maestro toscano, eseguita durante la quarantena, vuole così diventare il manifesto della liberazione degli individui dalle convenzioni sociali, dall’omertà contemporanea e dalla razionalità cosciente, mostrando simbolicamente la partenza in volo di costoni di roccia che divengono isole stesse a forma d’adamantina, volanti e leggere come dei palloncini gonfiati ad elio, su un mare calmo e tranquillo. L’opera è estremamente surreale, paradossale ed enigmatica e ricorda l’isola di Laputa ne I viaggi di Gulliver di Swift del 1726 ed il dipinto del 1959 di Magritte, Castello dei Pirenei, ora al Museo d’Israele di Gerusalemme. Sebbene sia una velata critica alla società odierna, Giuggioli dona speranza invitando l’osservatore ad entrare in un nuovo mondo onirico, da sogno, dove l’inconscio ed il vero IO sono il grado più profondo della realtà (che a livello conscio sarebbe inafferrabile), in cui non si deve disperare davanti all’incertezza ma imparare a navigarci dentro grazie ad una nuova filosofia di vita. L’isola volante diviene così allegoria della liberazione della potenzialità immaginativa dell’essere umano, della sua unicità primitiva e naturale, nonché del recupero del senso della propria esistenza e della ricerca della pace e dell’equilibrio interiore su di un mare di paura ed ignoranza che caratterizza il nostro periodo storico.

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Ivo Mora, Viale alla Lecciona, tecnica mista con fondo sabbiato, 2020, 60×60 cm.

Ivo Mora, Viale alla Lecciona, tecnica mista con fondo sabbiato, 2020, 60×60 cm. Finalmente il periodo della quarantena di covid19 si è concluso e, come era prevedibile, ha lasciato dietro di sé un’inevitabile scia di dolore, di rabbia, di incertezza, di confusione, di delusione, di frustrazione, nonché di profonda crisi economica. Come la storia insegna, anche questa volta l’Arte non ha subito contraccolpi, ha continuato ad esistere e si è nutrita di tutte le emozioni trapelate regalando alle future generazioni tante testimonianze artistiche. Eseguita durante il lock-down, l’opera del parmense Ivo Mora è un inno alla libertà e al ritorno alla natura, il ritorno in uno dei suoi “luoghi del silenzio”, come li definisce lui stesso, per placare e calmare l’animo umano: abituato a dipingere en plain air, il maestro neo-impressionista si è adattato al momento storico e ha usato una fotografia scattata con la sua reflex durante uno dei suoi viaggi nel parco di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli a Viareggio, in provincia di Lucca. Grazie alla dimensione tattile tridimensionale data dal fondo sabbiato misto a colla e pigmenti, alla cura minuziosa e capillare dei dettagli reali e agli effetti luministici, l’osservatore è catapultato sulla strada bianca che da Viale dei Tigli, davanti alla Villa Borbone delle Pianore (edificata da Lorenzo Nottolini tra il 1821 e il 1850 per Maria Luisa di Borbone Spagna, poi ristrutturata nel 1885 da Giuseppe Pardini), porta alla spiaggia libera della Lecciona, una strada immersa nel verde del bosco planiziale e dei pini, piantati solo nel XVIII secolo. La tela dona così uno spettacolo suggestivo e iperrealistico, sospeso nel tempo, che spinge l’osservatore a fermarsi, a osservare con gli occhi e con la mente, a contemplare e a riflettere in silenzio sulla pace e l’armonia che la natura è in grado di offrirci gratuitamente.

L’arte italiana non ha paura di Covid19

L’Italia è purtroppo entrata nel suo terzo mese di immobilismo causato da questo terribile virus di cui tutti hanno un grande terrore ma, si sa, con la paura non si procede in nessuna direzione e serve quindi una bella dose di coraggio per potere andare avanti: come disse Martin Luther King “un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”. Tante aziende sono state costrette alla chiusura, e probabilmente non potranno riaprire, e tante persone sono mancate: il prezzo da pagare è stato e sarà ancora altissimo sia in termini umani che economici. Anche se solo ora si inizia a vedere un barlume di speranza per riottenere i nostri diritti alla libertà, l’Arte non ha mai smesso di credere nella risoluzione del problema perché la rinuncia di questa speranza sarebbe stata l’errore più grande che si poteva commettere. In queste settimane ho continuato a pubblicare sui miei canali social le opere che gli artisti italiani hanno eseguito durante la loro quarantena: ognuno ha la propria visione e, con la propria sensibilità, hanno reso meno anguste le lunghe giornate di isolamento sociale.

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Gianluca Cremonesi, Se fossi un gabbiano II, olio su tela, 2020, 80×60 cm.

Gianluca Cremonesi, Se fossi un gabbiano II, olio su tela, 2020, 80×60 cm. Durante questa lunga quarantena per covid19, il maestro dell’acqua, Gianluca Cremonesi, spicca letteralmente il volo in questo dipinto ad olio. L’immaginazione è l’unica arma che l’uomo possiede per evadere dal suo periodo di isolamento casalingo forzato, ma, ciò che avvantaggia l’artista all’uomo comune è l’avere la capacità di trasformare un concetto astratto in realtà dando così modo all’osservatore di entrare a fare parte di un mondo parallelo. In questa tela l’artista si trasforma realmente in un gabbiano in volo sul mare e mostra, e soprattutto fa assaporare, oltre la forza del vento e dell’aria, la potenza naturale dell’acqua con i suoi suoni e i suoi profumi: l’osservazione e l’esecuzione minuziosa naturalistica dell’onda e del suo frangimento fanno scaturire sia un senso di pace e di tranquillità, sia una sottile invidia della libertà del volatile che può godere di tutta la magnificenza di Madre Natura. Il dipinto vuole così diventare il manifesto della straordinarietà e dell’importanza del creato che, anche senza la presenza fastidiosa dell’essere umano, è sovrano del pianeta Terra.

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Ivo Mora, Via delle ginestre, tecnica mista su tela con fondo sabbiato, 2020, 100×120 cm.

Ivo Mora, Via delle ginestre, tecnica mista su tela con fondo sabbiato, 2020, 100×120 cm. Da sempre l’arte ha il potere di liberare lo spirito dalla materia e, come non mai in questi giorni di clausura per covid19, l’anima umana sente il bisogno di tornare alla propria libertà e alle proprie faccende: nel dipinto proposto oggi c’è l’occasione, tanto attesa, di fermare il tempo e prendere finalmente una salutare boccata d’aria.  Famoso per le sue opere paesaggistiche, realistiche quanto uno scatto fotografico grazie all’uso sapiente della tecnica mista con colla e sabbia, l’artista parmense porta sulla tela un ricordo e un forte desiderio di libertà e di evasione dipingendo il sentiero che collega Viareggio a Marina di Torre del lago Puccini all’interno del Parco naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli tra Pisa e Lucca in Toscana. Ivo Mora riesce a fare entrare nel quadro l’osservatore e l’immaginazione inizia il suo viaggio: tutto è pronto per una gita primaverile in bicicletta in mezzo alla natura e agli arbusti di ginestra, dal profumo dolce ed intenso, per giungere infine ad una spiaggetta libera sul lago di Massaciuccoli. In questo difficile momento storico, la ginestra diventa così il nuovo simbolo del popolo italiano: una pianta umile, forte, modesta, rustica ma anche nobile e dall’anima d’oro, come sosteneva Plinio il Vecchio, che incarna alla perfezione lo spirito dell’Italia che combatte il nemico invisibile senza spezzarsi.

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Maurizio Brambilla, Chiave d’accesso, acrilico smalto su tela, 2020, 50×70 cm.

Maurizio Brambilla, Chiave d’accesso, acrilico smalto su tela, 2020, 50×70 cm. Sino dagli albori l’arte e la sensibilità degli artisti hanno riflettuto la propria epoca e, in questo momento storico tanto delicato e pieno di cambiamenti che porteranno ad un futuro decisamente incerto, il maestro Brambilla evolve il suo stile verso una maggiore ricercatezza intellettuale: nelle sue tele il realismo magico si fonde con il chiarismo, con la metafisica e il simbolismo eliminando ogni elemento superfluo ed inserendo simboli precisi che portano l’osservatore a porsi diverse domande. Il dipinto in esame catapulta il fruitore in una dimensione magica, surreale ed introspettiva, in una monocromia tenue e delicata alla Giorgio Morandi, dove la realtà spazio-temporale è sospesa: ed ecco il grande libro della conoscenza suprema, il libro con tutte le risposte alle nostre domande è aperto grazie ad una piccola chiave dorata simbolo di libertà e di scoperta. Il volume è pronto per essere letto ma, l’uomo contemporaneo, con tutta la sua tecnologia, ha la giusta chiave di lettura e soprattutto ha diritto di accedervi? Purtroppo sembra di no. L’oscillazione di un grande pendolo distrugge la parola “Password” digitata dallo smartphone in copertina: ma chi manovra questo oggetto antichissimo e misterioso? Purtroppo i comuni mortali non possono saperlo: forse la mano di Dio, o la personificazione di Madre Natura, oppure la volontà di pochi Illuminati? Un dipinto attualissimo che fa riflettere sulla contemporaneità italiana che non ha ancora capito la parola d’ordine per accedere ad un livello di esistenza migliore ed ad una comprensione totale: chissà se il proprietario del pendolo ha davvero l’intenzione di fare leggere il grande libro della conoscenza a tutti.

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Monzio Compagnoni Patrizia, Ragazza con collane rosse, pastello su carta, 2020, 35×50 cm.

Monzio Compagnoni Patrizia, Ragazza con collane rosse, pastello su carta, 2020, 35×50 cm. L’Arte infonde la forza di superare ogni ostacolo della vita ed, in questo momento di crisi sanitaria internazionale, sta dando la dimostrazione che è la via di fuga migliore per non cadere nel baratro del dolore dell’anima. Conosciuta nel campo dell’arte per i suoi ritratti pieni di emozioni che indagano i popoli della Terra, durante la quarantena l’artista si sta concentrando sull’analisi delle fotografie scattate da Andrea Scabini, reporter di viaggio negli angoli più sperduti del globo: l’artista dipinge così gli sguardi profondi delle persone che non avrà mai modo di incontrare nella realtà, persone che vivono il proprio presente a stretto contatto con la Natura, senza crucciarsi dei problemi che attanagliano i popoli del nord. Il pastello mostra una giovane ragazza della tribù dei Samburo, pastori semi-nomadi del Kenya settentrionale, avvolta dalla sua collezione di collane rosse e blu donate dal padre e dai diversi fidanzati: questi numerosi monili, cuciti su cuoio o su fili di peli di coda di elefante, simboleggiano la bellezza fisica, la ricchezza e lo stato sociale della giovane che è in età da marito (una volta sposata dovrà riconsegnare infatti le collane ed indossare dei pesanti orecchini in ottone). Grazie ai tratti virtuosistici chiaro-scurali, visibili soprattutto negli occhi, ed alla cura dei dettagli, l’essenza dell’anima della giovane africana si materializza davanti all’osservatore che inizia a meditare sulle vere preoccupazioni del mondo: la straordinaria umanità che traspare dallo sguardo parla ma senza proferire parola.

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Giorgio Riva, Fiore in bocca, 2020, tecnica mista su tavola, 45×35 cm.

Giorgio Riva, Fiore in bocca, 2020, tecnica mista su tavola, 45×35 cm. Il senso del tempo in quarantena è da troppe settimane diluito inverosimilmente in tempi biblici a causa dell’incertezza trasmessa dalle alte sfere d’informazione. Non si può ancora apprezzare realmente l’aria primaverile e il tepore del sole con una lunga passeggiata ma, come in questo caso, l’arte sa trasportare in un mondo onirico l’osservatore: in uno spazio sospeso nel tempo, calmo ed armonico grazie al colore, una giovane ragazza dai capelli mossi dalla brezza tiene in bocca un fiore di campo perenne, un antriscus sylvestris o cerfoglio dei prati, simbolo di sincerità e di forza che cresce proprio in questo periodo. La protagonista ha gli occhi chiusi e sta assaporando la libertà trasmettendo un senso di pace e di speranza: l’artista rende così reali i desideri dei suoi contemporanei in una figura simbolica e decorativa in cui i chiari-scuri sono definiti con piccoli occhielli ripassati, segni grafici che caratterizzano la tecnica grafica di Riva, che simboleggiano l’armonia e la bellezza formale, ma anche l’introspezione e la riservatezza personale oltre che la voglia di proteggere i propri sogni.

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Gianluca Somaschi, Riaperture?, 2020, acrilico su tela, 100×70 cm.

Gianluca Somaschi, Riaperture?, 2020, acrilico su tela, 100×70 cm. Ormai l’Italia è entrata nel terzo mese di blocco a causa di covid19 e sembrano passati millenni da quando la libera circolazione e la socialità erano la quotidianità. Prima del tanto atteso discorso di Conte di domenica 26 aprile, c’era ancora la speranza di una timida riapertura delle piccole imprese di bar e ristorazione, dei negozi al dettaglio, nonchè dei servizi alla persona, che dovranno però attendere fino al 18 maggio e al primo giugno se i contagi continueranno a diminuire: tante imprese ormai sono già decedute e tante altre le seguiranno sommerse dai debiti accumulati in questi lunghi mesi di mancato fatturato e di lungaggini burocratiche. Eseguita a metà aprile, la tela di Somaschi mostra la speranza e l’ansia della riapertura dei proprietari di locali italiani: in questo caso nel ristorante chiuso e dall’insegna al neon spenta si vede un cuoco tutto solo, dall’aria triste e sconsolata, che guarda fuori dalla vetrina pensando al prossimo futuro che di certo non sarà roseo. L’immobilismo surreale della scena, dato con colori freddi e pennellate veloci, è spezzato dalla nota verticale di colore rosso: una linea decisa e dritta che simbolicamente significa l’energia vitale e mentale umana in grado di respingere le energie passive del momento, una linea rossa che mostra una grande personalità, la fiducia in se stessi e il desiderio di rinascita qui ed ora.

 

Covid19: il virus che non mette in ginocchio l’ARTE ITALIANA

E’ ormai più di un mese che il Coronavirus (Covid19) ha messo in quarantena l’intera popolazione italiana bloccandone purtroppo anche l’economia già in crisi da tempo, ma la genialità e l’estro artistico italiano non si fermano e gli artisti hanno trovato il modo di esprimere questo momento storico buio ed incerto. In queste ultime settimane ho chiesto ai pittori e agli scultori di potere condividere le loro opere eseguite durante le lunghe giornate di isolamento sociale: quelle che qui vi propongo sono le prime che sono state pubblicate sui miei canali social e mostrano tutte la sensibilità e poetica del proprio artefice.

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Gianluca Somaschi, In gabbia, 2020, 70×100cm., acrilico su carta intelaiata

Gianluca Somaschi, In gabbia, 2020, 70×100cm., acrilico su carta intelaiata. In questo momento difficile per tutta l’umanità, in cui l’unica soluzione è rimanere chiusi in casa per non diffondere questo nemico invisibile, l’arte e la sensibilità dell’artista possono trasmettere ciò che tutti noi sentiamo ma che non siamo in grado di comunicare. In quest’opera Somaschi urla che tutto il mondo è in gabbia! Una prigionia che lascia senza fiato, che costringe all’immobilità quasi senza speranze. Possiamo solo attendere che le porte del nostro isolamento si spalanchino per potere ricostruire la nostra realtà.

 

 

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Gianluca Somaschi, Coronavirus di merda, 2020, 70×100cm, acrilico su carta intelaiata.

Gianluca Somaschi, Coronavirus di merda, 2020, 70×100cm, acrilico su carta intelaiata; e Forno, 2020, 70x100cm., acrilico su carta intelaiata. Ecco altre due opere di Somaschi che mostrano la drammaticità del nostro momento storico causato dalla malattia. Le piccole attività commerciali milanesi, anche le più necessarie, vengono chiuse con la crisi economica galoppante provocata dai numerosi decreti che obbligano in gabbia i cittadini. Il 2020 è un anno bisestile e per i più superstiziosi è valido il detto “anno bisesto, anno funesto”… sarà vero? Come insegna la storia, dopo un periodo tragico, c’è  sempre il Rinascimento e così anche Milano rinascerà più forte.

 

 

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Gianluca Somaschi, Forno, 2020, 70x100cm., acrilico su carta intelaiata.
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Gianluca Somaschi, Huan covid19, 2020, 70x100cm, acrilico, tempera e pennarelli su carta e scotch di carta.

Gianluca Somaschi, Huan covid19, 2020, 70x100cm, acrilico, tempera e pennarelli su carta e scotch di carta. Finalmente eccovi un’altra opera di Somaschi eseguita durante la sua quarantena a Milano. Tutto ebbe inizio nel mercato di Huan, o almeno così è stato raccontato, che l’artista ha riprodotto con toni, colori e tocchi veloci ed espressionistici: nel dipinto si percepisce quella calma apparente in cui si annida il pericolo mortale e che precede un cambiamento epocale. La realtà verrà stravolta e niente sarà come pre-covid19. Ad ogni modo, le lampade accese sono come dei fari di speranza che guidano l’intelletto umano alla ricerca della verità: ognuno di noi deve usare il proprio senso critico per analizzare tutte le informazioni che ci pervengono per non cadere nella trappola della paura.

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Susanna Maccari, Dove il silenzio fa rumore, olio su tela, 2020, 60×60 cm.

Susanna Maccari, Dove il silenzio fa rumore, olio su tela, 2020, 60×60 cm. Ogni artista rielabora con la propria sensibilità la criticità di questo momento storico tanto delicato. La quarantena causata da covid19 stimola nell’arte della Maccari la rivincita di Madre Natura sull’arrogante essere umano che crede di essere il padrone di tutto il creato. Finalmente, mentre l’uomo è in gabbia, la Natura può respirare e purificarsi dal suo più ingombrante ospite: nel bosco di betulle, dipinto con toni impressionistici, si percepisce il silenzo e la pace, un silenzio che fa rumore ora che la frenesia assordante della civiltà umana è bloccata. Il vedere l’energia con cui la Natura si sta riappropriando dei suoi spazi deve essere una sacra lezione da imparare per rispettare il “nostro” pianeta per davvero.

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Giuliano Giuggioli, La Speranza, olio su tela, 2020, 40×40 cm, per il ciclo “In the box”.

Giuliano Giuggioli, La Speranza, olio su tela, 2020, 40×40 cm, per il ciclo “In the box”. È un onore presentarvi l’opera realizzata in quarantena dall’artista internazionale Giuliano Giuggioli, maestro ormai famoso per la sua ricerca surreale e simbolica. Mentre le attività sono bloccate e la civiltà è costretta nelle case a causa di covid19, la fantasia umana è in fermento e sogna ed immagina il futuro per evadere da questo tedioso presente. Come una finestra sul futuro, la scatola mostra una nave da crocera in viaggio simbolo che l’umanità, sebbene sia reclusa, è già pronta a rimettersi in gioco dopo questa lunga pausa. Un sogno onirico e metafisico ad occhi aperti, un vero e proprio mondo parallelo al nostro che trasuda pace e speranza: i nuvoloni del temporale ormai si diradano e lasciano intravedere il cielo azzurro, un colore che comunica idealismo, meditazione e l’importanza dell’intelletto umano che da questa tragica vicenda saprà trarre i giusti insegnamenti.

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Giorgio Viganò (Vigo), Shopping, olio su tela, 2020, 50×70 cm.

Giorgio Viganò (Vigo), Shopping, olio su tela, 2020, 50×70 cm. Purtroppo Covid19 ha tolto tanti piaceri e svaghi alla società consumistica contemporanea: lo shopping in compagnia di un’amica, di una sorella o di una mamma era un’attività importante di socialità in cui passeggiare, anche senza acquistare, era l’occasione di confrontarsi. Con il suo monocromatico sfumato, Viganò tratta il tema con estrema malinconia e tristezza: in mezzo ad una folla evanescente, le due donne danno le spalle allo spettatore con il loro lento procedere verso una meta sconosciuta. La maglietta rossa della più giovane spicca nel monocromo terroso ricordando  il famoso cappottino rosso nel film Schindler’s list del 1993 di Steven Spielberg: se nella pellicola il colore simboleggia l’innocenza dell’infanzia rubata dalla disumanità degli adulti, nella tela lo stesso colore primario è la speranza e la forza vitale dei cittadini che scompare pian piano. Una volta che le due figure verranno inghiottite dalla folla, il monocromo prevarrà e la speranza e la quotidianità, che sino ad oggi era la norma, saranno un ricordo lontano.

Gianluca Somaschi, il padrone del pigmento

image5Si potrebbe iniziare a raccontare la storia poetica-artistica del milanese Gianluca Somaschi partendo dalla sua formazione accademica, oppure, dalle sue prime opere espressioniste nei toni del bianco e del nero, misteriose e “paurose” come lui stesso le definisce, ma è per merito del COLORE che il pittore ha trovato finalmente la sua dimensione, la sua massima espressione e completezza: per questo motivo è essenziale intraprendere il viaggio nel suo mondo personale dai suoi ultimi lavori in cui il pigmento è il padrone assoluto.

image4Soggetto per eccellenza delle tele di Somaschi, il colore infonde linfa vitale alle opere grazie alla modalità di stesura impiegata dall’artista: senza dubbi, ripensamenti o disegni preparatori ma istintivamente e con mano molto veloce e ferma, il giovane Gianluca Somaschi ricorda molto da vicino l’Action painting di Jackson Pollock (1912-1956) e dei componenti della Scuola di New York (Willem De Kooning, Arshile Gorky, Mark Rothko, Sam Francis, Mark Tobey e Franz Kline) negli anni ’50 del XX secolo. Proprio come i pittori americani, il milanese non ha paura di apportare dei cambiamenti improvvisi nei suoi lavori in quanto, secondo il suo pensiero, l’immagine non viene rovinata con la semplice aggiunta di una o più colate-sgocciolature di matrice segnica e gestuale: per l’artista il dripping ha sia una chiara valenza simbolica e filosofica di passaggio temporale, di invecchiamento, di usura sia un significato intimo di continua autoscoperta delle proprie pulsioni ed emozioni. Come disse Jackson Pollock “l’artista dipinge ciò che è”. È così possibile ammirare delle composizioni puramente astratte in cui l’osservatore può captare l’energia psichica e fisica del pittore impressa sulla tela grazie all’esuberante dinamismo e all’eccitazione vitalistica della pennellata: la pittura diventa in questo modo un’esperienza liberatoria al di fuori di ogni mezzo formale e limitante.

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Gianluca Somaschi non si ferma però alle composizioni astratte ma procede con la sua ricerca anche verso lo stile Informale senza ovviamente dimenticare il suo tratto distintivo, il dripping. Partendo da fotografie naturalistiche di fiori e piante, scattate da lui stesso o trovate su riviste, il pittore rielabora l’immagine sino a trasformarla addirittura in un’altra rendendo così irriconoscibile il tema iniziale (per esempio gerani divenuti ortensie). Questo rimaneggiamento della natura mostra quanto l’arte Informale creata da Somaschi sia autosufficiente, ovvero si presenti come una porzione di una realtà e di un mondo che testimoniano l’interiorità del pittore. Le tele con queste caratteristiche prendono spunto inconsapevolmente dai lavori degli artisti che aderirono al filone dell’Informale Italiano degli anni ’50 del XX secolo ed, in modo particolare, alla produzione del lecchese Ennio Morlotti (1910-1992): in entrambi i casi, sebbene la natura sia la tematica prediletta in queste opere, essa sfiora il limite dell’astrazione a causa della drastica semplificazione dello schema spaziale e della privazione della profondità. Grazie alla stessa carica energetica del colore e della sua stesura dinamica, propria di tutta la produzione di Somaschi, l’osservatore può percepire tutto il pathos dell’artista ed entrare così in contatto empatico sia con la natura sia con l’arte del pittore.
Come insegna il direttore d’orchestra Daniel Barenboim “ogni grande opera d’arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l’eternità”: le tele di Gianluca Somaschi sono giustamente destinate ad entrare nel prossimo divenire artistico.                                                                    image

Critica per la Mostra personale di Gianluca Somaschi alla Galleria BalubArte, via Foldi 1, Milano, dicembre 2013.